Volga, Volga

Volga, Volga
Dželal Pljevljak lavora da  trentacinque anni nell'esercito come civile. Potrebbe andare in pensione, a Sangiaccato, il suo villaggio, ma non ha la campagna di cui occuparsi, non ha una famiglia, solo un fratello, Ragib, a cui ha lasciato la casa, e lui si è trasferito lasciandola ai figli. Il colonnello Uzelac si arrabbia, batte la penna stilografica sul suo dossier schizzandolo d'inchiostro, Dželal Pljevljak ignora il contenuto di quei documenti, ma osserva con fastidio la goccia d'inchiostro che si allarga, si spande, rendendo impossibile la lettura di quei documenti, nell'indifferenza del suo superiore. Sono tre anni che riesce a rimandare il pensionamento, promettendo che s'impegnerà a costruirsi una casa e piantare un pruneto. La mattina del primo dell'anno, Dželal scende in garage, passa attraverso il portone che puzza di baccalà, vomito e urina; i giovani sono stati a festeggiare con gli amici e si sono ubriacati come se non ci fosse un domani. Nella penombra del garage la Volga luccica come un pianoforte...
Miljenko Jergović è poeta, giornalista, drammaturgo, sceneggiatore, considerato il maggiore tra gli scrittori della ex Jugoslavia, ha vinto numerosi premi in Italia e in Europa, i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Volga, Volga è l'ultimo della cosiddetta "trilogia della macchina", in cui il rapporto tra l'uomo e la sua automobile diventa il pretesto per parlare delle tradizioni, della mentalità e della religione del suo paese. È un testo complesso nel quale, in un paziente gioco di alternanze, Jergović svela contestualmente, con lentezza, pagina dopo pagina, la vita del protagonista, Dželal, la storia della vecchia Jugoslavia, le contraddizione lasciate dalle guerre e dalla repubblica federale di Tito. Riflessioni profonde e attività quotidiane, una moltitudine di personaggi, come nella migliore narrativa russa, in un arco di tempo che parte dalla Prima Guerra mondiale e arriva agli anni novanta. I personaggi sono tratteggiati con maestria certosina, talvolta con ironia, ma soprattutto con l'idea di fondo che niente e nessuno è come realmente appare. La narrazione ha due registri diversi, nella prima parte è il protagonista che racconta attraverso libere associazioni di ricordi, dando per scontato tante cose di sé; qui il ritmo narrativo è lento, ci sono salti temporali imprevisti, l'autore riesce a restituire molto bene il vagare dei pensieri in libertà mentre si è alla guida dell'automobile. Nella seconda parte colui che parla è un non ben definito documentarista, che ha lo scopo di indagare sul passato di Dželal e ricostruire gli avvenimenti che precedono "il fatto accaduto", perciò il personaggio che vorrebbe scrivere in modo più oggettivo, si perde in resoconti dettagliati, indugia minuziosamente sul passato di ogni persona conosciuta da Dželal, in una specie di cronaca scandalistica. Lo stile della traduzione sottolinea molto bene queste differenze di voci, lasciando al protagonista l'incertezza linguistica e la costruzione lessicale di uno straniero, proprio quando comunica pensieri profondi o intimi, viceversa regala al documentarista la fluidità e la chiarezza di eloquio, nel momento in cui si sofferma nel raccontare la banalità quotidiana, come la lavorazione casalinga dei peperoni. Solo nelle ultimissime pagine verrà svelato, dopo molti colpi di scena e cambi di prospettiva,  il segreto che regge tutto il romanzo. Un testo impegnativo, da leggere piano piano, per poter apprezzare ogni suo composito aspetto.

 

 

 

 
 
 
 
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