Volti nell’acqua

Volti nell’acqua
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Istina Mavet è rinchiusa in un ospedale psichiatrico. I giorni sono tutti uguali e la vita sembra sfuggirle di mano. Qui, la giovane donna è costretta a vivere la sua condizione con discernimento e una consapevolezza drammatica. Elettroshock, violenza da parte del personale infermieristico, medici che si vedono di rado, salvo per prescrivere medicinali ai pazienti. La vita di Istina Mavet è ormai condannata, nessuno si accorge di lei perché lei è semplicemente una persona che non ha un’identità. È solo una “pazza” con un numero. Ma quella pazza nota cose che altri non notano, è diversa sì ma in un altro senso …
Volti nell’acqua è uno dei dodici romanzi della straordinaria scrittrice neozelandese Janet Frame, che affronta nella sua intera produzione letteraria il tema dell’istituzione manicomiale essendone stata lei stessa, negli anni Cinquanta, una delle più illustri vittime. Salvata dalla lobotomia solamente perché il suo medico scoprì casualmente che aveva vinto un premio letterario nazionale. Nota soprattutto per i tre volumi della sua autobiografia Un angelo alla mia tavola (immortalati anche dallo splendido adattamento della regista Jane Campion e in origine una miniserie televisiva che fu poi premiata a Venezia all’inizio degli anni Novanta), Janet Frame in questo romanzo – salutato da un’esaustiva introduzione della premiatissima Hilary Mantel – racconta attraverso Istina Mavet un altro pezzo di se stessa instillando nuovamente nel lettore la consapevolezza dei labili confini fra la ricostruzione della verità e la tessitura linguistica dell’immaginazione nella struttura del romanzo, che di fatto racconta fatti di fantasia, ma trae spunto dal vissuto, dalla realtà, dal quotidiano. Mai come nelle tracce di questa scrittrice questo appare così chiaro: possiamo notare un po’ di lei in ognuna delle sue storie, in ognuna delle sue protagoniste. Ciò non toglie che bisogna distinguere, come raccontava la stessa Kerry Fox nei confronti della preparazione al “personaggio” di Janet Frame mentre girava il film della Campion, fra la persona e il personaggio, fra la realtà della vita e quella della storia raccontata. Ma se si legge qualsiasi opera di questa straordinaria autrice, il cui talento è stato preso per follia, la sua solitaria esistenza per stranezza, la distinzione fra il confine della vita vera dell’autrice e i fatti di cui è protagonista Istina Mavet assumono sempre più confini indefiniti laddove il racconto dell’inferno dell’istituzione e della sensibilità sofferente della stessa Istina, come quella della Daphne di Gridano i gufi ad esempio, al contrario assumono contorni precisi e inattaccabili. È sempre la forma della scrittura che ha definito la realtà, è l’immaginazione della sua autrice ad aver creato nella sua mente i personaggi, rielaborato gli sfondi, messo in scena i dettagli. Ma senza quel vissuto e quell’esperienza niente sarebbe potuto essere così vivido, così reale, come un qualunque altro scrittore che ha solamente fatto delle ricerche sull’argomento. Non stiamo affermando che un narratore debba essere necessariamente il protagonista delle sue storie e averle vissute. Assolutamente no, altrimenti non esisterebbe la forma del romanzo e si manderebbero al diavolo tutte le regole della fantasia letteraria. Stiamo solo cercando di dire che in Janet Frame è semplicemente impossibile riuscire a stabilire delle regole precise in tal senso perché nulla sarebbe possibile senza l’altro: la sua esperienza e la sua capacità di metterle in scena attraverso le parole. Come ricorda Hilary Mantel e la bandella del volume, Istina significa verità in serbocroato e Mavet morte in ebraico. Janet Frame le ha raccontate entrambe attraverso una scrittura vivida e poetica, fatta di simbologie straordinarie, formula il vivere e la condizione femminile liminale del suo tempo. Lei in fondo è stata semplicemente una figura che non si è accostata ad alcun canone e che la “malattia” e il suo talento hanno contribuito alla sua “diversità”. Leggere Janet Frame è sempre una gioia che fa male perché la sua forma di scrittura non ha eguali nella capacità di saper immergere i volti del dolore nell’acqua dell’esistenza. I suoi romanzi sono ormai immortali, la sua figura cult: ma a che prezzo!

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