Vorrei che fosse notte

Vorrei che fosse notte
Quando torna lo zio Frank dall’Africa hanno tutti paura, specie il bambino di casa. Sembra impossibile, ma in questa famiglia montanara dell’estremo nordest, qualcuno se n’è andato per girare il mondo ed è arrivato molto lontano. Frank però è uno che sta dalla parte del diavolo, e il volontariato in Africa è solo uno dei tanti pretesti per alimentare una innata irrequietezza, una cattiveria amara alla quale tutti sembrano ormai rassegnati, compresi i genitori, la sorella e il bambino piccolo di lei. Il bambino che tutti osserva e tutto descrive non ha un padre. La madre gli ha raccontato di un ragazzo tedesco dai lunghi capelli che ha conosciuto quando lavorava in una gelateria di Monaco. Mamma Letizia è tornata in Veneto giusto il tempo di partorire e lasciare il bambino alle cure dei genitori, poi è ripartita, lasciando il figlio ad aspettarla, a fantasticare sui suoi ritorni. E il bambino cresce, fra la durezza contadina della nonna, le tenerezze del nonno Fiorenzo e le spaventose crudeltà di cui è capace lo zio Frank. Mentre il bambino cresce, racconta e si fa raccontare, così – in questo piccolo mondo di provincia – scorrono le vite della maestra sfortunata, di lontani parenti e di vicende familiari che oscillano fra la quotidianità e il passato. In queste terre aspre, dagli inverni rigidi e le estati solitarie, il bambino impara il dolore del mondo, la sofferenza del distacco e della morte. Cresce malinconico e solitario, provando fastidio per l’irriverente chiarore del sole e della bella stagione, prediligendo le ombre, il silenzio profondo, la notte. Probabilmente è per questo che – come tutti quelli che decidono di stazionare ai margini, al riparo dalla luce eccessiva – il bambino è così bravo ad osservare e raccontare tutto quello che vede. Bravo a riconoscere (e farci riconoscere) la forza e la bellezza della vita al di là del dolore...
Vorrei che fosse notte ha per epigrafe una frase di Cesare Pavese e proprio al grande scrittore fa pensare l’incipit del romanzo. Il ritorno da lontano del temuto zio Frank, non può non ricordare infatti la poesia “I mari del sud” tratta da Lavorare stanca. Ma i rimandi a Pavese non finiscono qui. Vi è nel romanzo una narrazione in soggettiva che molto spesso diventa una sorta di poesia-racconto, un espressionismo capace di mettere in scena personaggi mitici, quasi archetipici nella loro brutalità, nella loro anarchica voglia di vita e di amori difficili. A volte addirittura stupisce incontrare fra le pagine oggetti consueti come televisioni, automobili o radioline a pile: elementi che necessariamente inducono il lettore a contestualizzare il racconto in un tempo ben definito. Quando invece la storia, il ritmo, la voce di questo narrare sembrano appunto appartenere ad un’epoca che sta al di là del tempo. E poi il soggetto, che è la vita stessa, fatta di gesti quotidiani e di paesaggi. E il paesaggio, che in queste pagine è un elemento narrativo forte tanto quanto i personaggi. “Dopo degli anni che ti ritrovi in un posto, qualunque posto sia, c’è sempre qualche motivo per cui quel posto ti faccia del male, che è lo stesso motivo per cui a quel posto ti attacchi con tutto te stesso; con rabbia e con passione”. Oppure ancora: “Me ne stavo a guardare l’azzurro; mi pareva un’immagine bellissima, e non capivo come in altri momenti lo stesso azzurro potesse devastarmi”. Gisela Scerman, in questo libro delicato e toccante, ci regala uno splendido 'ritratto dell’artista da giovane', mettendo in scena un piccolo narratore che ha già vive in sé quelle intuizioni che fanno di uno scrittore un grande scrittore: il bisogno di testimoniare, di calarsi dentro le vite degli altri, anche quelle più piccole, più umili, affinché – se finisce l’esistenza – non finisca la memoria.

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