Welcome home

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La primissima parola pronunciata da Lucia fu light, luce. Sua madre le disse che la sua culla si trovava in camera da letto, dove c’era sempre molta luce o molto buio; si trovavano allora a Juneau, in Alaska, in una casetta piena di finestre affacciata sulla baia, da dove si poteva ammirare l’aurora boreale. Ma i primissimi ricordi di Lucia sono della casa di Mullan, in Idaho, circondata da grandi querce i cui rami sfioravano piano i vetri delle finestre. Sono anche gli odori a impregnare in modo vivido la mente di Lucia: quello dei meli e dei giacinti, e soprattutto quello dei lillà, del quale sospetta abbia sviluppato una vera e propria dipendenza; ci stava sdraiata sotto fino a che non le venivano le vertigini. Della grande casa di Mullan ricorda anche i rumori sinistri. Scricchiolii, schizzi di pioggia sui vetri. I singhiozzi in bagno. Lei gioca col suo cane Skippy (ovvero una piccola caffettiera tenuta al guinzaglio da una cintura di un accappatoio), e si incanta a guardare la pioggia dalla finestra assieme a sua madre. Ricorda la bellezza della neve, e gli occhi di suo padre, cerchiati dalla stanchezza. A Marion, nel Kentucky, ci sono molti uccelli e farfalle, e lucciole. Sua madre, a volte piange, sdraiata nel letto con un giallo in mano e la sua sottoveste color pesca. La casa nel Montana, a Deer Lodge, è una capanna di tronchi con una sola camera da letto; tutto è addobbato con decori da Far West, e Lucia dorme in un divano letto accanto a una grande radio. Sua madre fa la torta al caffè e la casa profuma di cannella e vaniglia, ed è sempre piena di gente: minatori soprattutto, colleghi di suo padre, con il loro inconfondibile profumo, un misto di Camel, birra e sapone. Di Helena, invece, Lucia ricorda un appartamento rumoroso e tanto, tanto freddo: le bottiglie di latte, ogni mattina, erano ricoperte da uno strato di panna. Gli alberi, in seguito alle tempeste di ghiaccio, facevano un rumore come di vetri rotti. Lì Lucia impara a leggere, e la biblioteca diventa il suo posto preferito. La domenica accompagna suo padre in montagna, a portare le provviste a un vecchio cercatore d’oro, il signor Johnson; Lucia si diverte a tappezzare i muri della capanna dell’uomo con le pagine delle riviste appiccicate in ordine sparso: così, una volta letta una pagina, non trovando immediatamente il collegamento con quella successiva, il signor Johnson sarebbe stato costretto ad inventare il resto della storia. Forse, per Lucia, questa è stata la prima vera lezione di letteratura: una prima dimostrazione di quanto possano essere infinite le strade della creatività...

Ha vissuto in una quantità considerevole di luoghi. È stata molto amata e viziata. Costretta, durante la sua infanzia e adolescenza, a spostarsi di continuo su e giù per le Americhe, al seguito del padre Ted Brown, ingegnere minerario, anche nella sua vita adulta Lucia Berlin non disdegna il brivido di una vita itinerante al seguito, stavolta, dei tre uomini della sua vita – lo scultore Paul Suttman, i jazzisti Race Newton e Buddy Berlin – dai quali avrà ben quattro figli. Alaska, Montana, Idaho, Cile, Messico, New York: non stupisce che concetti fondamentali come “casa” e “radici”, dati quasi per scontati dalla maggior parte delle persone, siano diventati invece una lecita e dolce ossessione per una nomade di professione, splendida voce del panorama letterario americano, scoperta e apprezzata solo postuma. Ad un anno esatto dalla pubblicazione della sua seconda raccolta di racconti, Sera in Paradiso, Jeff Berlin, secondogenito dell’autrice, ne cura il memoir incompiuto, che parte dal 1936, anno di nascita di Lucia, e arriva fino al 1965: qui, le descrizioni dei luoghi e delle case che hanno accompagnato e segnato la vita della donna, sono brevi ma intense, sovrabbondanti di dettagli, costellate di scene di vita familiare, straordinarie e tenere nella loro semplicità. Lucia ricorda la sua frivola e mondana adolescenza in Cile, i suoi frizzanti anni di università ad Albuquerque, le relazioni tormentate della sua vita da adulta, segnata da abbandoni e tradimenti, e dalla convivenza con lo spettro dell’eroina, della quale il suo ultimo marito, Buddy Berlin, era dipendente. Ad integrazione di un lavoro interrottosi bruscamente con la morte dell’autrice, nel 2004, Jeff Berlin presenta una selezione delle tante lettere che Lucia amava scrivere, indirizzate per lo più agli amici più cari, i coniugi Dorn, conosciuti e frequentati ai tempi del New Mexico. Scritte in modo spartano, incuranti della forma, le lettere denotano foga e urgenza di raccontare, nostalgia per gli affetti lontani, meraviglia per i luoghi che via via Lucia è destinata a scoprire; è qui che emerge la personalità complessa di una donna che non teme di sottoporsi ad una sana e lucida autocritica, consapevole di essere indolente e pigra e di avere passato tutta la vita “cazzeggiando”; di volere scrivere ad ogni costo ma di non essere mai completamente soddisfatta di ciò che esce dalla sua penna tormentata: suo figlio la ricorda china per ore, la notte, sulla sua macchina da scrivere Olympia, in compagnia dell’immancabile bicchiere di bourbon (Lucia è stata un’alcolista in diverse fasi della sua vita) e della sua canzone preferita del momento suonata a ripetizione. Infine, a chiudere il cerchio, ci sono le foto, splendide: Lucia in fasce, bambina, adolescente, donna. Con i suoi genitori, i suoi figli, i suoi amici, i suoi amori. Una donna bellissima e forte che sorride, si rimbocca le maniche e si adatta, lontana dall’autocommiserazione nonostante le avversità.



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