Into the wild truth

Into the wild truth

L’ultima volta che la sua famiglia ha incontrato Christopher McCandless, 24enne cresciuto in un quartiere residenziale di Washington DC, è stato il 12 maggio 1990, alla consegna della sua Laurea. Da quel momento il ragazzo ha deciso di tagliare tutti i ponti con il passato e viaggiare a piedi da solo verso l’Alaska con una scorta minima di cibo e un piccolo equipaggiamento. Ventisette mesi dopo quella cerimonia di laurea, il cadavere di Chris è stato ritrovato nei boschi, accanto a sé un diario: la sua storia ha commosso il mondo. Ora sua sorella minore Carine è tornata alla vecchia casa di Willet Drive. La odia, quella cazzo di casa. Lì ha passato un’infanzia dolorosa che ora le torna tutta alla memoria, di colpo. Nella casa oggi ci vive una signora di mezza età che la accoglie con gentile diffidenza. Ovunque roba in disordine e portacenere pieni. Ma Carine ormai è persa nei ricordi. Nel seminterrato i suoi genitori passavano la maggior parte del tempo: Walt aveva fondato la User System Inc., un’azienda di ingegneria aerospaziale, Billie gli faceva da segretaria e oltre a dattilografare, fotocopiare, telefonare faceva lavatrici a getto continuo, teneva la casa immacolata e il giardino in ordine, serviva puntuale come un orologio la cena in tavola. Il padre si comportava come un sergente dispotico e isterico (e bigamo, si scoprirà presto), esigendo da moglie e figli un’assoluta impeccabilità in ogni evenienza. Ogni tanto – soprattutto quando si ubriacava - picchiava la moglie e anche i figli, frustati con la cinta dei calzoni in una sorta di rituale alla quale la madre assisteva complice e persino un po’ compiaciuta. Ai bambini era imposto di non raccontare nulla, pena l’abbandono. Anno dopo anno, i McCandless erano sempre più benestanti e sempre più infelici…

È stato il giornalista Jon Krakauer con il suo articolo su “Outside” del gennaio 1993 a raccontare per primo al mondo la storia di Chris e poi con il fortunatissimo libro del 1996 Nelle terre estreme (divenuto film per la regia di Sean Penn nel 2007) a farla conoscere in tutto il mondo. All’epoca della raccolta dei materiali per il libro, Krakaurer aveva appreso dalla sorella di Chris, Carine, i veri motivi che avevano spinto il ragazzo al suo “eremitaggio” e le ombre che si nascondevano nel loro ambiente familiare, ma su esplicita richiesta della ragazza non vi aveva fatto cenno. Questo aveva purtroppo ingenerato in parte del pubblico la convinzione che Christopher McCandless fosse tutto sommato “un fricchettone incosciente che se l’è andata a cercare”: Into the wild truth finalmente riscatta la memoria del giovane svelando i drammatici retroscena delle sue scelte di vita, un’infanzia segnata dalle violenze fisiche e psicologiche del padre, un egocentrico alcolizzato, e dalla passività aggressiva della madre. “Non è certo mia intenzione ritrarli come de mostri, perché non lo sono”, puntualizza Carine McCandless. “Sono semplicemente degli esseri umani e in quanto tali commettono errori, come tutti. Tuttavia sono certa che riferire i loro sbagli (…) possa avere uno scopo”. Del resto anche il matrimonio dell’autrice è naufragato sotto i colpi di numerose disgrazie e tensioni. Sfortuna, o un imprinting che somiglia a una maledizione. Il memoir della McCandless è vibrante e commovente: emoziona naturalmente soprattutto il legame con il fratello maggiore, o meglio con il suo ricordo, è encomiabile quel parlare “di” lui ma non “per” lui, con amore e rispetto piuttosto che cedendo alla tentazione dell’apologia o dell’aneddotica un po’ macabra.

 


 

 

 

 

 
 
 
 

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