William Wilson

William Wilson
William Wilson, anche se non è questo il suo vero nome, è un giovane mentalmente suscettibile. Per questa sua caratteristica peculiare si lascia andare ad ogni genere di capriccio e passione sopra le righe: la sua parola è legge ed il temperamento volubile ed aggressivo incute timore in tutti i compagni di scuola. O quasi. Arriva, infatti, in classe, un altro William Wilson, in tutto e per tutto identico al primo - nome, voce, abbigliamento, portamento. Il nuovo arrivato si dedica minuziosamente a riprodurre in tutto e per tutto il Wilson originale, quindi è l’unico a non retrocedere davanti alle sue angherie, l’unico a tenergli testa, l’unico che gli faccia provare sentimenti di vago e lontanissimo rispetto velato da insofferenza e stizza montanti. Il William Wilson clone diventa la sua ombra, ovunque vada l’originale, il suo alter ego lo segue, lo copia e lo esaspera. In un chirurgico sadismo è pronto a smascherarne le malefatte, ad inchiodarlo nella sua meschinità, a dimostrargli, come un arazzo rovesciato in cui leggere la trama della propria vita, quello che è: una piccola, capricciosa, arrogante e falsa nullità che non può nulla contro se stesso…
William Wilson è uno dei frammenti più angoscianti di Poe tra quelli racchiusi nella raccolta Racconti del terrore. Si costruisce sullo sdoppiamento dell’identità in un rimando claustrofobico di riflessi, un rincorrersi di doppi che in realtà non sono doppioni, ma immagini speculari - come il bianco col nero - in cui il pieno specifica il vuoto e viceversa. Si legge in un crescendo di emozioni che si avvertono anche fisicamente, ogni tanto girandosi per guardarsi alle spalle alla ricerca del proprio doppio, della propria ombra, di qualcosa su cui stemperare l’ansia di questo Maelstrom che ci porta al fondo delle nostre stesse esistenze. La fuga dal suo clone del Wilson originale  - che cambia città, scuola e poi mestieri e frequentazioni all’unico scopo di sottrarsi a quell’estenuante confronto - è vana come chiudere gli occhi davanti ad uno specchio: riaprendoli si è sempre lì ad identificarsi con i limiti che si vorrebbero rimuovere, proprio come Wilson alla fine fa col suo alter ego senza capire, senza accorgersi, se non quando è oramai troppo tardi, che cancellare l’oggetto del suo odio equivale, tout court, ad eliminare se stesso.

 

 

 

 
 
 
 
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