XXL

XXL

Silvia è sul pulmino, seduta accanto all’autista, la valigia preme sulle ginocchia e l’elastico della gonna che si è voluta mettere a ogni costo le strizza in vita. Immagina che sarebbe molto più fico se viaggiassero su una carrozza e lei fosse quella cogliona di Cenerentola, così la mamma sarebbe la matrigna mentre Astrid e Helena sarebbero le sorellastre, le perfette figlie che si è scelta e ha ammaestrato, da portare ai concorsi di bellezza e fare “beauty coaching”. Non sa bene dove stanno andando né cosa vanno a fare. Tutto intorno c’è solo verde e tanti alberi sempre più fitti. Quando la stradina finisce dentro un cancello in ferro battuto, l’aria non profuma più di salmastro, ma di erba tagliata e terra smossa. Ci sono una serie di edifici in pietra appena ristrutturati e in mezzo una piscina a forma di fagiolo, poi prati e giardini curati e sentieri, che si perdono nel bosco che circonda la proprietà. Scendono e si dirigono all’edificio centrale, dal portone esce a dar loro il benvenuto Mary, una donna muscolosa in abbigliamento sportivo. Lei e la mamma si squadrano con reciproca disapprovazione e finta cortesia, poi Mary cade nel classico equivoco. Si rivolge a Astrid, che ha lo stesso colore di capelli biondo svedese della mamma, come se fosse lei la figlia e prima che ripeta l’errore indicando Helena, a malincuore, la mamma le dice, con tono gioviale venato d’imbarazzo e vergogna, che sua figlia è lei, Silvia, che è venuta per il programma… il programma???

XXL è l’inquietante, cruda e grottesca favola metaforica e surreale di Anna Cambi. La voce narrante è quella di un’adolescente obesa, figlia di una donna “dal fisico perfetto” (grazie anche a qualche interventino ben fatto), che nella società contemporanea è diventata prassi, perché “chi si ama” vuol restare giovane e bello. Una ragazza come ce ne sono tante, che sta male con se stessa, che non si piace, ma soprattutto, e questa è l’origine principale della sua angoscia, che non piace alla mamma. Il contrasto tra le diverse figure di donna della storia sfiora quasi la macchietta, non è niente di nuovo, però quello che è originale è lo stile narrativo: dritto, essenziale, che non indulge in commenti superflui. I pensieri di Silvia si srotolano sulle pagine senza alcuna clemenza verso tutti, non salva nessuno, neppure se stessa. Basta un aggettivo, che appare spontaneo, (quasi scritto di getto, ma che invece è stato scelto con grande cura!), per raccontare tutte le emozioni e i sentimenti della figlia imperfetta. Descrizioni che sono quasi fermo-immagini che si imprimono in maniera indelebile nel cuore e nella mente del lettore. Non è soltanto una storia di formazione che parla di amicizia, un racconto sull’emarginazione che offre spunti di riflessione sul comune senso di disagio, di inadeguatezza, è anche una narrazione che crea suspense, che regala un finale onirico a sorpresa. Come in tante fiabe della tradizione, anche qui c’è il luogo misterioso tipico dell'ambientazione noir, il bosco, dove tutto può succedere, ma che per contrasto sarà invece per Silvia l’opportunità di conoscere la parte più oscura di sé. Tutto in questo scritto è ben ponderato e studiato perché ogni tassello trovi naturalmente il suo incastro preciso e senza forzature. Non è un caso che il nome scelto per la protagonista sia Silvia, che significa proprio “colei che ama vivere nei boschi”.



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