Yeruldelgger – La morte nomade

Yeruldelgger La morte nomade
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Deserto del Gobi. L’ex poliziotto Yeruldelgger dopo aver lasciato la polizia di Ulan Bator si è rifugiato nel deserto, dove vive in una yurta per ritrovare le proprie radici nomadi e nel tentativo di cancellare l’essere violento nel quale la vita del poliziotto lo aveva trasformato. I suoi unici obbiettivi sono ritrovare l’equilibrio mentale e mettersi in viaggio verso un nadaam, caratteristica festa mongola, e partecipare a una gara di tiro con l’arco. Ma il suo isolamento dura ben poco, perché presto viene raggiunto da Tsetseg, una donna nomade alla ricerca della figlia rapita e decisa a chiedere il suo aiuto, e da Ganbold, un bambino che lavora nelle miniere e che ha scoperto una fossa piena di ossa deformi. Il viaggio a cavallo di Yeruldelgger verso il festival, che doveva essere solitario, si trasforma invece in una specie di buffa carovana alla quale, oltre a Tsetseg e Ganbold, si aggiungono Odval, una giovane donna in cerca dell’assassino di un geologo francese, la rozza poliziotta Guerlei e un piccolo gruppo di pittori nomadi che girano il deserto dentro a uno scassato minibus e che, poco prima, sono incappati nel cadavere di un uomo. Yeruldelgger, nonostante cerchi di fare di tutto per non venire coinvolto nelle ricerche di assassini e ragazze scomparse, viene strappato a forza e contro la sua volontà dalla sua solitudine pacifica e costretto, nel suo viaggio verso il naadam, a trasformarsi in una sorta di condottiero mongolo, un novello Gengis Khan che dovrebbe trascinare il popolo mongolo, oppresso e impoverito dallo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali da parte di spietate multinazionali, verso la riconquista della libertà. Nel frattempo, un misterioso e ricchissimo uomo d’affari mongolo viene defenestrato da un grattacelo newyorchese e Solongo, medico legale a Ulan Bator ed ex fiamma di Yeruldelgger, viene coinvolta in un complotto architettato da una misteriosa e spietatissima donna d’affari…

Ultimo capitolo della trilogia dedicata al poliziotto Yeruldelgger. Dopo i precedenti romanzi Morte nella steppa e Tempi selvaggi, con questo terzo episodio si chiude il cerchio sulla vita di questo singolare poliziotto mongolo; un cerchio i cui archi sono impregnati di una violenza alla quale Yeruldelgger non è mai riuscito a sfuggire, nemmeno rifugiandosi nelle immensità del deserto del Gobi, sfondo originale e insolito per un romanzo noir, genere che oramai sembrava votato alle ambientazioni nordeuropee. La breve saga si chiude celebrando, o meglio, intonando un canto tragico dedicato a una terra alla quale Ian Manook, pseudonimo dello scrittore francese di origini armene Patrick Manoukian, è legato per motivi famigliari e che scopriamo martoriata dai “ninja” cercatori d’oro e da multinazionali senza scrupoli. Il rispetto delle tradizioni dei nomadi e la sacralità del deserto del Gobi fanno da contraltare al caos infernale e alla deriva di Ulan Bator, città nella quale si concentra quasi tutta la popolazione mongola. Persino le dune del deserto piangono il loro canto di morte per chi, sopra di esse, trova la morte. In questa trilogia che vi consigliamo di leggere in ordine cronologico poiché un romanzo è legato all’altro, in sostanza, tutto è originale. Dalle ambientazioni davvero affascinanti e pittoresche, al profilo di un commissario protagonista suo malgrado di un mondo violento che vorrebbe solo rifiutare e dimenticare. “Non ho mai voluto tutto questo, te lo giuro, tenente. Volevo solo partecipare a un nadaam per schiarirmi le idee dopo alcuni mesi di ritiro in solitudine”, dirà Yeruldelgger strofinandosi il viso con le grosse mani. Insomma, alla propria natura, ciascuno non ha scampo, così come al proprio destino. Si è quello che si è, e chi tenta di dimenticarsene troverà sempre qualcuno pronto a ricordarglielo.

LEGGI L’INTERVISTA A IAN MANOOK



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