Yoshe Kalb

Yoshe Kalb
La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia è in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi. Rabbi Melech ha molta fretta. In verità ha sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la gran pancia, sulla quale le frange rituali fanno la curva come un grembiule sul ventre di una donna incinta, il Rabbi è straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti colore della birra sembrano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradia una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiano senza posa un grosso sigaro ora acceso ora spento, Rabbi Melech è noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si mette in testa una cosa si agita, grida, minaccia, blandisce e si dà da fare finché non raggiunge il suo obiettivo. Si è messo in testa di maritare in quattro e quattr’otto la figlia più piccola, Serele, e nemmeno il calendario è un ostacolo per lui. Non ha intenzione di aspettare fin dopo Shavuot; il matrimonio sarà celebrato il giorno di Lag baOmer, tra Pesah e Shavuot. Il padre dello sposo, l’illustre Rabbi di Rachmanivke, in Russia, è contrario a questa fretta indecorosa, e con lui sua moglie, la sua famiglia, la sua corte e i suoi seguaci. Ma, d’un tratto…
Apparso in principio a puntate su un giornale nel 1932, Yoshe Kalb ha avuto un successo tale che ne hanno tratto persino una pièce teatrale, e anche a quella non sono stati estranei i baci della fortuna sui più vari e prestigiosi palcoscenici. In effetti l’idea di base è molto potente, e lo sviluppo creato dal fratello di Issac Singer - chissà se Mendel ha mai analizzato il rapporto fra talento letterario e genetica, o viceversa si è limitato ai piselli odorosi  - ne esalta le virtù caratteristiche: un uomo misterioso giunge a inizio secolo in una corte rabbinica, in Galizia. Beninteso, quella tra Polonia e Ucraina, non l’omonima parte della Spagna frastagliata dalle rias, dove esiste una vera e propria lingua, non un dialetto, il gallego, e il vento atlantico sferza ogni cosa. In ogni modo, arriva, come piovuto dal cielo, e c’è chi crede di riconoscervi una persona, chi un’altra. Interrogato, egli stesso risponde di non sapere chi è. Ricerca dell’identità perduta, sradicamento, il sottile e tagliente umorismo ebraico, misticismo e concretezza, il valore sacro della memoria, la colpa e il peccato, il desiderio di riscatto: questi sono i temi che si intrecciano nel testo, come fili in un tappeto. La prosa è accattivante, musicale, armonica, sinuosa, raffinata: la vicenda ci pone delle domande e lascia un segno nel lettore.

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