Z - La città perduta

 Z - La città perduta
Percy Harrison Fawcett, il colonnello PHF, stanco della vita monotona di stanza a Ceylon rientra in Inghilterra deciso a dare una svolta ‘esotica’ alla propria vita. Siamo agli inizi del Novecento, periodo di grandi esplorazioni, in cui si sta portando avanti un progetto grandioso che costerà un prezzo altissimo in termini di vite umane: mappare il globo terrestre. Sono infatti gli anni delle prime grandi spedizioni esplorative e Fawcett ne rimane ammaliato, totalmente rapito. Decide di iscriversi alla Royal Geographical Society, una sorta di antenato britannico della National Geographic Society americana, per diventare un esploratore ed apprendere tutte le nozioni necessarie a sopravvivere nei territori più selvaggi e sconosciuti della terra. La sua avventura, tuttavia, inizia più come James Bond che come Indiana Jones: una spia di sua Maestà la Regina Vittoria. Un’esperienza che gli serve più che altro come apprendistato prima di buttarsi anima e corpo nella esplorazione vera e propria. Con un corpo forgiato in modo da essere quasi divinamente immune da ogni sorta di malattia tropicale ed una tempra fortissima e rigida come nella migliore tradizione vittoriana, Fawcett si lancia con un entusiasmo arcigno e sprezzante di ogni debolezza alla scoperta dell’Amazzonia, alimentando progressivamente fino ad un’ossessione che lo condurrà alla morte la ricerca dei resti di una civiltà perduta che sulle sue mappe corrisponde al criptico nome di Z. Nel suo muoversi armato di machete e cieca fiducia in se stesso e nella sua missione Fawcett si troverà davanti le più disparate tribù indie che abitano l’Amazzonia riuscendo a farsi di loro un’idea tutt’altro che scontata e “da manuale”. Riuscirà ad imparare i loro dialetti e farsi apprezzare anche dagli indios più inclini alla guerra, ma il mito di Z, l’El Dorado di tanti altri che nella sua ricerca ci persero la vita, lo consumerà fino a trascinare nel suo ultimo viaggio anche il figlio Jack, suo pupillo e simulacro. In molti, rapiti dalla figura fantastica del colonnello si misero sulle sue tracce: alcuni tornarono indietro scavati dalle malattie e dalla consunzione; altri furono ingoiati dalla foresta, seppelliti lungo i greti dei fiumi, mangiati dalle tribù cannibali o morti per i colpi letali delle frecce avvelenate degli indios. Fallirono tutti e quel fallimento alimentò esponenzialmente il mito e la leggenda di Fawcett…
Il passare del tempo non ha sbiadito il ricordo di uno tra i più grandi esploratori del Novecento, tantomeno ha diminuito il numero di coloro i quali si sono fatti smuovere dal desiderio di scoprire che fine abbia fatto il colonnello e svelare finalmente il mistero che avvolge la mitica civiltà di Z. Non da ultimo David Grann, giornalista del New Yorker, poco incline al movimento ma che, fulminato a sua volta dalle gesta mirabolanti dell’ultimo grande imperatore vittoriano, decide di mettersi sulle sue tracce. Non è chiaro in che modo classificare questo lavoro di Grann a metà tra il resoconto storico, il romanzo e un libro di avventura alla Jules Verne. Sullo sfondo di un’austera Inghilterra vittoriana spunta fuori un personaggio decisamente stravagante, non nei modi né nella cultura, tutti rigorosamente fedeli agli schemi del tempo, ma nello spirito totalmente votato alla ricerca. Quello che più colpisce, però, è questo anticonformismo di un’esplorazione costruttiva, per nulla incrostata dalla convinzione razzista che in quell’Amazzonia, nido intricato di mangrovie e zanzare, ci fossero solo “selvaggi” da assoggettare, civilizzare e catechizzare. Per quanto freddo e razionale, a volte insopportabile per quella sua mania di dividere le persone in adatte ed inadatte (a seconda dei gradi di resistenza alle proibitive condizioni della giungla amazzonica), non si può fare a meno di apprezzare un personaggio in grado di inventarsi mille volte senza smentire mai se stesso e talmente convinto della giustezza della sua missione alla ricerca di Z da non rinunciare nemmeno agli strumenti più improbabili, come l’occultismo e lo spiritismo che in quegli anni si affacciavano prepotentemente. Alla fine, si ha la sensazione che Z esistesse necessariamente. Come se Z fossero tutti quei sogni da altri ritenuti impossibili e che ci portiamo dentro di noi convinti che siano sì sogni, ma anche qualcosa di più.

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