Zero K

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Jeffrey Lochart è sul sedile posteriore di una berlina blindata dai finestrini fumé. Non si vede nulla né dal di fuori né dal di dentro. È da circa un’ora che l’automobile avanza a scossoni su strade accidentate dopo averlo prelevato sulla pista di un aeroporto privato, l’ultimo tratto di un viaggio lunghissimo attraverso mezzo mondo che ora sembra finito. La berlina si ferma. L’autista – che indossa la maglia di una squadra di calcio e porta la pistola – fa scendere il passeggero. Tutt’intorno, piane sconfinate di sale e pietrisco e solo una costruzione, un compound muto e tetro senza finestre. Jeffrey non sa dove si trova, ma sa cosa è venuto a fare: a trovare il padre Ross e la matrigna Artis, per dire addio a lei e forse a lui. La donna, archeologa di fama, ha la sclerosi multipla, è all’ultimo stadio e soffre molto. La Convergence – così si chiama quell’azienda al confine tra Kirghizistan e Kazakistan, quel progetto visionario che anche il miliardario Ross Lochart ha generosamente finanziato – le offre una speranza, per quanto appaia remota: il suo corpo verrà congelato, posto in “sospensione criogenica” in attesa di un futuro in cui poterlo resuscitare e curarlo. Così come Artis decine di malati incurabili si stanno preparando nei meandri di quel compound sperduto nel deserto a essere congelati, a morire per poi rinascere. Quel luogo ricorda una tomba, e la cosa forse è voluta perché “La terra è il principio guida. Ritornare alla terra, riemergere dalla terra”. Jeffrey, scettico e depresso, passa il tempo a percorrere corridoi vuoti e senza finestre: ogni tanto c’è un maxischermo su cui si alternano senza soluzione di continuità immagini di catastrofi naturali, senza audio. Finalmente può incontrare Artis e parlarle: è in preda a una sorta di malinconica esaltazione, ripensa alla sua vita – anche agli aspetti più minimi, come il ricordo di una goccia che scivola sul vetro della doccia – ma ha una fede cieca nella Convergence, è infastidita dallo scetticismo di Jeffrey. Ogni giorno che passa lui si sente sempre più un prigioniero: ha un braccialetto elettronico che lo traccia in ogni momento, non c’è connessione internet, lo smartphone non prende in mezzo al deserto, non è permesso uscire né recarsi in alcune zone di quella costruzione tetra e squadrata. Fa ginnastica, riflette. Il giorno del congelamento di Artis si avvicina…

Il titolo del sedicesimo romanzo di Don DeLillo (che, ironia della sorte, è stato spesso definito uno scrittore “freddo”) fa riferimento allo 0 kelvin, il cosiddetto zero assoluto, la temperatura più bassa per definizione, corrispondente ai -273,15 gradi Celsius. È per via dell’argomento trattato, la sospensione criogenica (a proposito, una struttura simile a quella descritta nel romanzo esiste davvero, è la lcor Life Extension Foundation di Scottsdale, in Arizona, dove attualmente 144 corpi sono conservati in azoto liquido), ma non solo. In queste pagine austere, malinconiche e riflessive il freddo assoluto si fa metafora spesso, e in molti sensi. La morte, la memoria, la tomba, un aldilà di design: con il culto tecnocratico della Convergence il cerchio si chiude e scienza e religione – una volta contrapposte – si fondono. Si riparte dal via. E Don DeLillo, che di certo uno scrittore mistico, metafisico o religioso non lo è mai stato ma che spesso crea un’atmosfera solenne, allusiva, quasi misterica quando racconta le sue storie, utilizza questo tema antico e l’ambientazione claustrofobica per mettere a nudo gli ingranaggi della narrazione, eliminando ogni sovrastruttura e andando al cuore della faccenda con le sue solite frasi memorabili, i dialoghi profondi, l’alternanza di ironia e grandiosità che da sempre lo contraddistinguono. Meghan Daum ha acutamente parlato, recensendo Zero K, della “(…) nuda brutalità di un romanzo sulla paura della vita tanto quanto Rumore bianco era sulla paura della morte”. Regnano in queste pagine un nitore e un silenzio da cripta, da sala autopsie, da tempio neoclassico, da spazio immateriale su un cloud. L’atmosfera cambia di colpo nell’ultima parte del libro, quando la realtà esterna – nella forma della crisi ucraina e della città di New York – fa la sua irruzione nel romanzo (nota a margine: che pezzo di bravura il viaggio in taxi del protagonista, con il flusso dei suoi pensieri e la città che scorre ancor più veloce fuori al finestrino che si fondono inestricabilmente). E allora Zero K diventa soprattutto la storia di un uomo, di un rapporto padre-figlio, di un amore imperfetto con una donna, la descrizione rapita di una città che nel memorabile finale è inondata dalla luce del sole, come in un nuovo inizio o in una splendente apocalisse.



 

 

 

 
 
 
 

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