Zio Vania

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In una tenuta di campagna c’è una tavola apparecchiata per il tè sotto a un vecchio pioppo. Poco più in là dondola un’altalena. L’atmosfera serena e placida non rispecchia il tumulto disordinato dei cuori. I ritmi quotidiani laboriosamente monotoni che Ivan Petrovič Vojnickij, lo zio Vanja del titolo, e sua nipote Sonja conducono in quella residenza di proprietà del professor Serebrijakov sono turbati dall’arrivo dell’illustre accademico e della sua bellissima seconda moglie Elena. Serebrijakov, che aveva sposato in prime nozze la sorella di Vojnickij ed è il padre di Sonja, tedia tutti con le sue pretese e i suoi acciacchi di vecchio uggioso, podagroso e reumatico. Non meno scompiglio porta Elena, di cui sono innamorati sia zio Vanja che il dottor Astrov, chiamato per occuparsi dei malanni del professore. Ma Elena, pigra, indolente e splendente di giovinezza, non ricambia Vojnickij ed è attratta da Astrov, benché non voglia cedergli per non mettere in pericolo un matrimonio che le dà agi e sicurezza. Per Astrov, invece, spasima Sonja, tanto buona, paziente e operosa, ma tanto bruttina. Mentre prosegue la quadriglia dei sentimenti non corrisposti e l’aria si fa più pesante, arriva uno scoppio che fa vacillare i già precari equilibri. Ma è solo un temporale estivo, che si addensa all’improvviso e con rapida violenza si dissolve. Poi tutto torna alla calma triste e rassegnata di sempre...
Sembra che non succeda nulla, nei quattro atti di Zio Vanja (in questa edizione italianizzato in Zio Vania). Nulla, cioé, di quanto accade di solito nella letteratura del XIX secolo: niente gesti eclatanti, niente frasi memorabili, niente coup de théâtre. Si vive, semplicemente (o ci avvicina alla morte giorno dopo giorno), e nel vivere si soffre, in un grigiore permanente e alienante. “Il pubblico vuole che ci siano l’eroe, l’eroina, grandi effetti scenici”, sottolinea Anton Čechov a proposito del suo teatro. “Ma nella vita ben raramente ci si spara, ci si impicca, si fanno dichiarazioni d’amore. E ben raramente si dicono cose intelligenti. Per lo più si mangia, si beve, si bighellona, si dicono sciocchezze. Ecco che cosa bisogna far vedere in scena”. Ed è appunto quanto si vede in questa malinconica tragedia delle occasioni mancate, delle aspirazioni deluse: un gruppetto di persone accomunate da legami di parentela o dal semplice caso, che parlano molto e fanno molto poco per sfuggire a una condizione di cui sono insoddisfatte. Persone ingabbiate nell’inanità, che a forza di pensare hanno finito per rinunciare ad agire, come Astrov, o che tentano di reagire, ma falliscono mettendosi in ridicolo, come zio Vanja. Non c’è solo un’estetica minimalista dietro questo lavoro di Čechov. C’è, come lui stesso precisa a proposito dei suoi drammi, una sorta di intento pedagogico. “Volevo solo dire alla gente in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa”. Zio Vanja è uno specchio in cui possiamo vedere riflessa la nostra incapacità (o non volontà) di essere felici. Può essere una visione sgradevole, perché è duro fissare negli occhi la propria anima. Ma gli specchi hanno un lato salutare: se quello che appare non ci piace, possiamo almento tentare di cambiarlo. In fondo è a questo che Čechov ci invita: capire quanto sia meschina l’esistenza borghese, così priva di slanci e di entusiasmi, così mediocre e vuota, per inventarsene una diversa. E uscire dalla gabbia che ci siamo fabbricati per diventare uomini migliori.

 

 

 

 
 
 
 
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