Zona rossa

Zona rossa

Nel 2014 in Africa occidentale scoppia un’improvvisa epidemia di Ebola. Le organizzazioni internazionali ed i governi si trovano totalmente impreparati a gestire quella che si trasformerà a breve in una catastrofe. Le persone muoiono come mosche nel giro di pochissimi giorni, le misure per arginare il contagio sono goffe, rudimentali ed i trattamenti quasi sempre inefficaci. Di Ebola si sa poco o nulla: come si comporti, come si combatta, come si debelli. Non esistono vaccini ed in più, in Africa, i presidi sanitari sono quello che sono. A Lakka, in Sierra Leone, il governo ha chiesto ad Emergency di dedicarsi alla cura di chi ha contratto il virus. Sono giorni concitati in cui il limite tra la vita e la morte è un filo sottilissimo. Le misure protettive sono rigidissime, tutti gli operatori sono obbligati a seguire un protocollo molto stringente dal punto di vista igienico e nel rapporto coi malati. La paura è all’ordine del giorno, la malattia è vista come una punizione, la gente si nasconde, i malati spesso restano in casa diffondendo il contagio. Calati dentro scafandri dai quali appena si riesce ad intravedere il sorriso, dentro l’ospedale di Emergency - meglio, dentro la Zona rossa che delimita il quadrato destinato alla cura di Ebola - medici ed infermieri sono ancora una volta messi davanti al compito di garantire a ciascun individuo quelli che sono diritti inalienabili: la vita, la salute…

Quando si diffuse la notizia che Ebola aveva ricominciato a mietere vittime in Africa, da questa parte del mondo si scatenò un panico apocalittico; da più parti si invocavano vaccini, sieri, miracoli. Leggendo Zona rossa questo atteggiamento ha la doppia lettura dell’egoismo e dell’indifferenza. L’attenzione dei governi occidentali non è stata votata alla solidarietà internazionale, le stesse organizzazioni internazionali come l’OMS non hanno saputo che pesci pigliare a parte stilare protocolli sulla profilassi che poco avevano di costruttivo dal punto di vista pratico. Gli Stati Uniti hanno mandato l’esercito come se il virus si potesse debellare a colpi di fucile. Il mondo intero ha imparato come lavarsi correttamente le mani e nelle menti più ottuse hanno iniziato a veicolarsi messaggi miopi che pigiavano l’acceleratore del razzismo e della xenofobia. Ebola è diventato in pochissimo tempo l’argomento del giorno, ma il punto di vista non era quello dell’Africa dove si combatteva veramente la battaglia, bensì quello del terrore occidentale di essere infettato, magari da un migrante che tentava disperato di arrivare sulle nostre coste. Tutto questo è Zona rossa, un resoconto che non risparmia accuse ad un sistema sanitario internazionale che vuole, pretende ed ottiene, con la compiacenza di esperti, lobbies e multinazionali farmaceutiche, che esistano ammalati di serie A e B. Prezioso per avere un’idea chiara di cosa sia stato (di cosa sia) Ebola e di cosa e come è stato fatto per arginarne la portata. La perla è la testimonianza di Fabrizio Pulvirenti, infettivologo di Emergency che in Sierra Leone è stato contagiato dal virus e poi curato allo Spallanzani, in Italia. La sua è una testimonianza diretta a memoria delle sofferenze, per tutti quelli che non ce l’hanno fatta. Un viaggio intenso dentro e fuori l’Africa, Zona rossa, dentro e fuori gli stereotipi che ce la danno un continente spacciato e per il quale quindi non vale la pena investire in infrastrutture per garantire dignità nella vita e nella malattia.



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