Zona Uno

“Mark Spitz” (non è il suo nome vero, solo uno stupido soprannome che gli hanno affibbiato i colleghi) se lo ricorda ancora, com’era New York prima. Prima del disastro, quando lui era solo un ragazzo e sognava di fare l’avvocato e comprarsi un appartamento a Manhattan, dove abitava suo zio Lloyd. Poi il mondo è stato invaso dai morti, cadaveri cannibali rianimati da un misterioso virus, e tutto è andato allo sfacelo. Ma ora sta cambiando qualcosa: a Buffalo si sta riformando un governo, il Paese – il mondo – viene riconquistato palmo a palmo dai vivi. La Zona Uno, Manhattan, è stata “bonificata” dai marines a prezzo di perdite umane mostruose, e ora le unità “Omega”  perlustrano a tappeto ogni singolo palazzo per scovare zombie rimasti bloccati in qualche stanza o nascosti in anfratti bui. L’unità Omega di Mark è costituita da lui, dalla ineffabile ex reginetta del college Kaitlyn e dallo spietato, dinoccolato Gary. È una giornata di pattugliamento come le altre nella Zona Uno, e Mark spalanca con un calcione la porta di un ufficio Risorse Umane. Grave errore, perché dentro ci sono quattro impiegate-zombie, affamate e aggressive, che gli si buttano addosso in una frazione di secondo…

Come ha scritto Glen Duncan sul “New York Times”, uno scrittore “colto” che scrive un romanzo di genere è come un intellettuale che ha un appuntamento con una pornostar. Ma “literary fiction” e romanzo di genere non sono divisi da compartimenti stagni come il mondo della critica letteraria si ostina a pensare: e Colson Whitehead ce lo dimostra trasformando un plot poco sorprendente in una sorta di malinconica elegia a Manhattan vista attraverso gli occhi di un travet dello sterminio degli zombie, un anonimo - letteralmente, di lui sostanzialmente sappiamo solo che assomiglia più o meno vagamente a un famoso nuotatore anni ’80 – fante che contribuisce nel suo piccolo, come una formica operaia armata di fucile d’assalto e tuta anti-morso, alla rinascita degli Stati Uniti. Un “ordinary man” senza nulla di eroico per una storia minimal chic, che brilla soprattutto per il nitore delle sue atmosfere. Immaginate un’alba che accarezza piano i grattacieli. Ombre che si ritraggono, una luce tenue che si impadronisce di angoli acuti, si specchia sul vetro, scalda piano l’acciaio umido. Per le strade, solo silenzio e spazzatura. E le unità “Omega” che iniziano il lavoro quotidiano. Benvenuti nella Zona Uno, benvenuti a Manhattan.


 

 

 

 
 
 
 

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