Zoo a due

Zoo a due
Una vedova nera e i suoi sfortunati mariti, caduti tutti nella sua rete fatale; una ameba vagheggiante e i suoi profondi interrogativi sulla vita e il cosmo; un bruco che anela senza troppa convinzione a una vita bella, colorata e ‘volante’ ma che si fa assalire da indefiniti presentimenti; una formica che esce dalle righe e si trova sperduta nel mondo; un polipo che filosofeggia nell’attesa di essere pescato nell’acquario di un ristorante; un canarino che osserva il mondo da dietro le sbarre della sua gabbia, una costrizione ma anche la sua sola certa sicurezza; una eposilla che, da giovane, viveva in campagna sullo stelo di un fiore, amoreggiando platonicamente con un suo simile, poi inaspettatamente estirpata e trasferita in città dove si è ritrovata rinchiusa in una vetrina zeppa di fiori insieme ad altri vari animaletti ignari e urlanti; un dromedario che trasporta ogni giorno sulla sua gobba il peso di curiosi esseri umani che lo scherniscono e gli tirano sassolini, mentre essi all’olfatto dell’animale appaiono puzzolenti dei loro belletti. E poi ancora un cane, Cobre, abbandonato nell’entroterra ligure che arriva alla costa, vede il mare e se ne innamora e il figlio del cane che segue a ritroso le orme del padre e sale verso i monti...
Una raccolta di racconti – Zoo a due – scritti a quattro mani da Marino Magliani e Giacomo Sartori, ‘presentati’ in copertina come due pappagalli inteneriti dal disegno di Andrea Pazienza, che è anche indicativo del contenuto degli scritti. Quattordici storie brevi (quelle di Sartori) e due narrazioni un po’ più lunghe (di Magliani) in cui i protagonisti assoluti sono gli animali, i più vari, alcuni comuni, altri più insoliti. Una scelta non casuale che consente agli autori di affrontare temi importanti – la miseria, l’amore, l’abbandono, la resistenza, la tenerezza sono solo alcuni – con l’estraneazione dalle lusinghe, dalle leggi, dalle convenzioni, dagli obblighi e dalle cattiverie tipiche della civiltà. Spinti dagli istinti o dalle emozioni primarie come il desiderio del cibo o la paura della morte, la voce degli animali esprime con schiettezza, e una umanità non conosciuta all’uomo, le ragioni, le fragilità, le insicurezza di una vita caduca, resa ancora più evidente dalla brevità naturale di talune specie o da ostacoli esterni (spesso umani) che ne accorciano il percorso e la durata, la quale non deve spendere e perdere il suo tempo a bruciarsi. Ma il messaggio più profondo e diretto è per la specie umana che nell’alterità di uno sguardo faunistico, ben più profondo, attento e inquisitore rispetto al suo, è messa a nudo di fronte alla propria pochezza e limite. I racconti offrono dunque all’uomo la possibilità di un cammino iniziatico (specie per i due racconti di Migliani) alla consapevolezza e ad una introspezione interiore nella quale però ricadere nel cono d’ombra è questione di un attimo. 

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