Zucchero e catrame

Giacomo confessa che il suo libro è stato scritto durante la sua permanenza nel carcere minorile di Milano, il Cesare Beccaria. Confessa che non voleva riunire e pubblica le pagine scritte, le confessioni, i suoi pensieri su carta, eppure è stato convinto dal suo compagno di cella, Moustafa. E spera che la lettura del suo libro possa quantomeno restituire in parte le emozioni vissute scrivendolo: se non altro, dare uno strumento per riconoscere le streghe. Quelle vere. Che per Giacomo sono le suore. Spesso, i genitori si vantano di prendere le decisioni per i figli, anche piuttosto grandicelli, “per il loro bene”: ed è per il bene di Giacomo che da piccolo è stato mandato al collegio di San Giusto Martire, assecondando la proposta della mamma, e nonostante la sorda approvazione data dal padre, allo stesso modo di come era stato fatto per suo fratello Fabrizio. Ed eccole, allora, le streghe, quelle vere: le suore. Quelle più anziane erano riuscite a trasformare l’edificio di un ex ospedale austero in un collegio, come fosse una mostruosa casa degli orrori. Piena, peraltro, di immagini strazianti e straziate: un santo infilzato di frecce, o leccato da una lingua bavosa di un cane depravato, o abbrustolito sui ferri come una bistecca, o una Madonna depressa e piangente, o una martire a cui un qualche imperatore aveva strappato via gli occhi con un cucchiaio, afferrato e strappato le tette come fette di prosciutto, ridotto a brandelli le mani con un martello. Eccolo: il luogo ideale dove (non) fare crescere un bambino. Anche se è “per il suo bene”...

Giacomo Cardaci non è un nome completamente sconosciuto. Laureato in Giurisprudenza, ha scritto per il “Corriere della Sera” e pubblicato già due romanzi. La lettura di questo suo Zucchero e catrame, però, è una sorpresa straordinaria, un colpo al cuore: ed è bellissimo, poter ancora stupirsi della novità di uno scrittore, della forza della sua prosa, dell’emozione chiusa nelle sue parole. “Milano sguardo maligno di Dio, zucchero e catrame, Milano ogni volta che mi tocca di venire mi prendi allo stomaco, mi fai morire”, diceva Lucio Dalla: ripreso nel titolo da Cardaci, riprendendo e cercando di restituire quel senso di beffarda ironia, quel dolore sordo e piccolo, costante e lacerante, quel senso di lotta e sconfitta amara, crudele, spietata. Zucchero e catrame potrebbe ricordare, non tanto per la scrittura ma per il tema, l’organizzazione temporale del romanzo e la sua struttura, un altro bel libro uscito pochissimo tempo fa, il Febbre di Jonathan Bazzi: ma nonostante entrambi abbiano al centro del racconto una sorta di confessione del protagonista che racconta la sua omosessualità attraverso lo svelamento al mondo e alla famiglia, non potrebbero esserci due opere più distanti e diverse. Cardaci non è laconico e disperato come Bazzi, non ha la sua assordante sete di amore: no, lo sguardo di Giacomo è più lento, posato, certo non meno addolorato ma ha un andamento riflessivo, ponderato, come se mentre racconta la sua infanzia tra le suore e con un padre che non voleva che giocasse con le Barbie, fosse lui stesso a cercare di raccapezzarsi, trovare un bandolo, scorgere un senso all’odissea attraversata. E senza voler essere irriverenti, ma non è così peregrino avvicinare la qualità della scrittura di Cardaci a quella di Pasolini: per la compattezza teorica, per la completa padronanza del lessico usato per tenere a bada le emozioni senza farle tracimare ma contemporaneamente per farle trasudare dalle parole; e per la sofferenza con cui il libro si sente sia stato scritto. Ma attenzione: nonostante i toni plumbei, le tragedie, il dolore che erutta anzi sanguina lentamente dalle righe del romanzo, Zucchero e catrame non è disperato, non smette neanche per un attimo di essere ironico e di conservare la giusta distanza con la materia narrativa, mantenendo anche una prosa ferma, matura, decisa, quasi classica nell’impostazione sintattica; che non cerca l’effetto a tutti i costi, ma costruisce lentamente per creare l’atmosfera giusta e arrivare, insieme la lettore, fino all’ultima pagina, per vivere insieme tutta la gamma di emozioni racchiuse nelle quasi 300 pagine, emozioni che sommate insieme fanno la vita.

 


 

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