Di sabbia e di vento
Giambattista Passarelli, giovane autore tarantino trapiantato a Padova, dà voce con questo suo ottimo esordio narrativo, alla spensierata e un po’ incosciente giovinezza di provincia. Mimmo, Roberto e Angelo sono infatti le tre voci fuori dal coro di un posto desolato del profondo Sud, sperduto dal mondo, terra di conquista di mafie locali, soprusi e illegalità. I tre ragazzini vivono da sempre ai margini della loro stessa esistenza, ombre invisibili che scivolano silenziose dietro perenni sconfitte con coetanei smaliziati, ragazze solamente vagheggiate e improbabili sogni di gloria. Eppure ad un certo punto, provano a spezzare l’unidirezionalità del loro destino, rincorrendo un riscatto che sa finalmente di ribellione e definitiva liberazione. Decidono di costruire un campo di calcio proprio nel territorio più impervio e off-limits dell'intera provincia. La vecchia cava abbandonata, appannaggio dei feroci clan locali da quando un omicidio l'ha relegata ad un destino funesto. Riusciranno i tre amici a riprendersi la loro dignità, i loro sogni, le loro vite spezzate? Passarelli dirige bene i tre piccoli personaggi tratteggiando differenti e ben caratterizzate personalità e caratteri. Il tratto della narrazione è lieve e attraversato da venature di gustoso slang dialettale che scandisce le gesta dei tre protagonisti in un crescendo di ritmo e pathos. Il sud di Passarelli ti si appiccica addosso con la sua umidità afosa e sabbiosa, richiamando un po’ alla memoria lo scenario western delle location di un altro pugliese doc, Omar Di Monopoli. Un urlo cupo, rauco e disperato, quallo che lancia Passarelli tra i riverberi assolati dei tufi cotti dal sole. Un grido assordante che sa di rabbia, riscatto e salvezza.
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