Wunderkammer

Wunderkammer
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“La parola Wunderkammer significa letteralmente  camera delle meraviglie e indica un contenitore, un luogo, uno spazio nel quale vengono conservate decine, centinaia, migliaia di oggetti. Oggetti reali o immaginari che suscitano un’attrazione irreferenabile, che incarnano fantasie, sogni, ossessioni”.  Jonah  Zalkowsky  predilige quella che una volta veniva definita Naturalia: merito di Svankmajer, il suo camaleonte di quand’era piccolo, la cui mummificazione gli è apparsa talmente bella e interessante da spingerlo a collezionare altre piccole perle del genere: crani, ossa, cavallucci marini essiccati. Roba ben diversa dagli Artificialia di Ezechiel Taddeus Baum: lui le sue meraviglie non le raccoglie semplicemente, le assembla, con tutta la pazienza di un esperto tassidermista qual è. È così che può vantare tra i pezzi migliori della sua collezione, la sirena metà pesce e metà scimmia (la testa per la precisione), presente anche in versione umana. O dei tenerissimi angioletti prosciugati, trovati in una chiesa: per non parlare dei masticatori di sudari o dei basilischi che riesce a creare ricomponendo una razza. Rebecca Kowalsky invece è  per la tecnologia, per le Mirabilia: stupefacenti i suoi balocchi come l’omino dei ricordi (quelli dei suoi proprietari di cui si appropria mentre dormono), i pinocchi meccanici…
Il tratto inquietante e contorto di Stefano Bessoni, “filmaker macabro e non horror” - come ama definirsi -un’illustrazione allucinata e macabra dopo dietro l’altra, non solo rispolvera il concetto che ha dato vita ai moderni musei, ma offre una  prova  estremamente convincente che le ossessioni non hanno tempo né sono soggette a imposizioni culturali, evidenziandone il lato più inquietante e morboso. Più che le tre categorie canoniche, tutte le figure rappresentate nelle pagine di questo gioiellino dell’illustrazione, potrebbero essere infatti definite “disturbia”, non tanto per i soggetti in sé: un pubblico moderno svezzato dai film splatter e dalla quotidianità non si lascerebbe impressionare dalle orbite vuote dei teschi e dalle pelli avvizzite di questi pregiati pezzi di collezione o dall’aspetto “originale” dei loro possessori (Rebecca Kowalsky  fa sembrare Emily the strange un personaggio di Hello Kitty…). A essere perturbante è piuttosto il legame morboso degli strampalati personaggi immaginari di cui il lettore si trova a scrutare le fantasie e le turbe (perché no…) concretizzate in queste collezioni dal sapore mortifero e lugubre precipitando in uno o più  mondi in cui l’immaginazione esplora i suoi confini più oscuri.  Se pensate di essere pronti, aprite pure la porta.

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