La storia della storia

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La storia della storia
La giornata di Margaret Taub? Niente di speciale. Le uniche emozioni contemplate sono le schermaglie verbali, educatissime, con i turisti saputelli che si credono più informati di lei, guida turistica di Hello, Berlin!. Come si permettono? La città, per Margaret, è la compagnia prediletta; l'unica, d'altronde, che ne allevia la solitudine, coagulo di ricordi, amori finiti malamente, una famiglia i cui volti sbiadiscono come ritratti in una vecchia fotografia. La memoria le fa brutti scherzi da almeno due anni, da quando si è risvegliata nel bosco di Grunewald senza sapere perché avesse dormito all'ombra degli alberi. Si aggira così tra i giorni, navigando a vista, conducendo i turisti al cospetto della Porta di Brandeburgo, ai ministeri nazisti e perfino nel bunker segreto di Hitler e guarnendo i percorsi di pettegolezzi mai narrati o risaputi, aneddoti e grandi segreti. Tutto per restituire l'idea di una città innalzata e annichilita dalla Storia, infestata da spettri che non tardano ad apparire. Nella fattispecie è la comparsa di Martha Goebbels – “celebre” moglie del ministro della propaganda che uccise i figli pur di non lasciarli alla furia dell'antinazismo – vestita di piume e appollaiata dietro i vetri del Ministero a dare il via a una sequenza di fatti inspiegabili. Margaret precipita, così, in un gorgo di indeterminazione: crisi di identità provocate dalle parole di un'enigmatica dottoressa, ricerca della verità delle ragioni della Goebbels e di Regina Strauss, figura egualmente tragica, volontà folle di vendicare un popolo oppresso attraverso un solo, brutale omicidio. Con lei, anche Berlino inizia a ripiegarsi su se stessa: il cemento degli edifici si tramuta in carne, scale senza fine penzolano dalle nuvole e qualcosa comincia a sussultare sotto il terriccio che Margaret usò come cuscino...
Romanzo complesso, labirinto narrativo, groviglio didascalico, La storia della storia di Ida Hattermer-Higgins non è una lettura semplice, come non facile è scrivere di Olocausto oltre mezzo secolo dopo i fatti, con le opinioni (pubbliche) consolidate, il dramma accettato e (forse) rimosso. In bilico tra l'indagine psicologica del personaggio e, quasi per sineddoche, di un'intera nazione e l'elaborazione di un trauma personale mai accettato; tra l'esplorazione di una macchia nerissima sul vestito della Storia e la decriptazione dei moti della mente di tre donne messe alla prova dalle contingenze; tra la comunicazione universale e l'ottica di genere, l'opera è sufficientemente affascinante da far intuire e perfino afferrare, in alcuni passi, la profondità del ragionamento e la densità dell'idea ispiratrice. Pur riconoscendo una scrittura sapiente e piacevole, la si trova troppo spesso ingabbiata in una struttura eccessivamente riluttante nel rivelarsi. La lentezza con cui la narrazione procede inficia la riuscita del climax sotterraneamente annunciato e la risoluzione del mistero di partenza. Un peccato: carne sul fuoco in abbondanza ma carbone non a sufficienza. Abbandonandosi alla lettura senza reticenze si passano ore in compagnia di un ottima lettura e di una scrittrice a cui si dà fiducia fin dall'incipit fulminante, salvo poi scoprirle entrambe troppo timide per meritare la confidenza riservata ai buoni amici. La ricerca dell'effetto straniante diventa presto palese e forse ostentata, rischiando di spazientire anche i lettori più attenti o restii nel criticare qualsiasi forma d'arte decida di affrontare un argomento tanto delicato. Sulla parola “fine” si indugia con un po' di amarezza, quasi il saluto dubbioso rivolto a chi ci ha fatto un'ottima impressione ma con cui non è scattata la proverbiale scintilla.