Le geometrie dell’animo omicida

Le geometrie dell’animo omicida
È la mattina di un’afosa estate siciliana, quella in cui un uomo e una donna in tenuta da jogging chiamano i carabinieri. Quando in Contrada Madonnuzza, una località deserta, meta notturna di coppie che si appartano in macchina , giungono l’appuntato Giunti e l’appuntato scelto Laganà, trovano un’auto posteggiata e sul sedile giace una ragazza con gli occhi bendati e le mani e i piedi legati. Morta. Un omicidio sul quale indagano il capitano Mattia Spada e il maresciallo Nunzio Piscopo, spinti a far presto dal magistrato Annarita De Acetis. Vendetta? Delitto passionale o un gioco erotico finito male? Ma non solo. Alle indagini ufficiali dei carabinieri, infatti, si aggiungono quella di un reporter in cerca dello scoop da sbattere in prima serata, Marcello Sansò, e quella di Tina Piscopo, figlia del maresciallo, impiegata di banca e soprattutto appassionata di mappe astrali, analizzando le quali spera di risolvere un caso che sembra aver sconvolto l’esistenza di molte persone. Tre piste divergenti che rischiano di scontrarsi e ostacolarsi a vicenda…
È un romanzo corale, quello scritto da Monica Bartolini, conosciuta nell’ambiente editoriale come la “Rossa che scrive i gialli”. Le geometrie dell’animo omicida, piazzatosi nelle cinquina finale del Premio Tedeschi nel 2011, è un giallo vecchio stampo: poca azione e molta deduzione in quello che è un microcosmo in cui tutti appaiono colpevoli di qualcosa. La trama, dal ritmo centellinato, segue le vicende dei vari personaggi e apre delle finestre su molteplici punti di vista. Questo permette al lettore sia di avere una panoramica generale su ciò che sta accadendo nelle pagine che sta affrontando, sia di avvicinarsi lentamente alla verità attraverso gli occhi di chi la sta scoprendo. L’intero impianto narrativo si muove su tre fronti investigativi che si avvicinano, si allontanano e s’intersecano fino alla soluzione finale del caso. Vi è l’indagine dei carabinieri, fondata sugli indizi, sulle supposizioni, sull’esperienza; c’è quella di Sansò, fondata sulla scaltrezza e sul giocare sporco; vi è infine la personalissima, atipica ed originale indagine di Tina Piscopo, che si fonda sull’analisi delle mappe astrali e sulla convinzione che queste influenzino l’esistenza di ogni individuo. E intorno a questo omicidio si muovono vite, passioni, drammi familiari, vita quotidiana, pulsioni, proprio quelle che spingono l’uomo ad uccidere un altro uomo. Senza mai dimenticare l’ironia, vero punto di forza di un romanzo duro e crudo e al contempo mimetico, che adotta un linguaggio aderente alla realtà e che strappa un sorriso con i dialettalismi del maresciallo Piscopo. Un romanzo che non vive di picchi ma che conosce la propria direzione e ci va spedito; che ha rinunciato ad una voce principale per fondarsi su diverse sinfonie. Un romanzo corale, appunto.

 

 

 

 
 
 
 
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