In mezzo, l'Atlantico
Marco e Giovanna vivono a Bogotà, Colombia, barrio di San Felipe, in una casa circondata dal filo spinato per ragioni di sicurezza e da cantieri in perenne fermento. Bogotà è a 2600 metri d'altezza: splendide bellezze artistiche, un cielo talmente immenso che commuove, povertà, violenza, 7 milioni di abitanti. Marco va avanti tra spaghetti comprati al vicino supermarket, telefonate-fiume con la sua amica Daniela detta Lemon "perché sono più quelli che si limona di quelli che si scopa", ricordi di De André o di Pantani, escursioni turistiche, visioni oniriche...
Il diario di viaggio e di vita di Marco Corona, figura-cardine della controcultura visiva italiana, tatuatore e sperimentatore, ci regala - ma solo di rimbalzo, perché la sua lente d'ingrandimento è puntata sui suoi ricordi, sui suoi fantasmi e sul rapporto che lo lega a Giovanna - un ritratto vivo e pulsante della Colombia e delle sue contraddizioni, rese ancora più urticanti da un tratto grottesco che deve molto all'underground Usa dei Seventies. Un bianco e nero che si adatta alla perfezione sia ai toni realistici della prima parte di In mezzo, l'Atlantico, sia alla seconda, più sbilanciata verso l'acido e il surreale.
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