Vite corsive
Maria Ferragatta
voto

Anche i fiori uccidono. In particolare i ranuncoli. Lo scopre a sue spese Roberto Trentin, piccolo antiquario figlio di emigrati in Argentina, poi ritornato in Italia col padre in seguito alla crisi economica. Lo hanno trovato morto in casa, apparentemente per un attacco di cuore. Ma il patologo scopre sul cadavere una dose massiccia di aconitina, un veleno letale che passa attraverso la pelle e che si estrae dalle comunissime ranuncolacee. Fra le mani del morto c'è anche un altro indizio: un frammento di lettera vergata in corsivo. All'epoca in cui avvengono i fatti, il corsivo è più estinto dei dinosauri, spazzato via dalla rivoluzione digitale iniziata negli anni venti del duemila, e interpretarlo è un'impresa per pochi esperti. Per questo il giovane ispettore dell'Anticrimine Loreta Assensi chiede i lumi del Filografo, docente al Centro Studi di Discipline Calligrafiche, un tipo notoriamente fuori dal mondo che, quando ormai tutti tengono le lezioni in Rete, si ostina ancora a stare in cattedra stipando in aula i propri allievi. Intanto, anche il direttore del Centro Studi finisce avvelenato con la stessa arma floreale, prova che è in qualche modo coinvolto nel delitto. Quello che resta oscuro è il movente. Spulciando vecchie missive, il Filografo individua una traccia che porta dritta in Argentina, dove è iniziata la saga della famiglia Trentin. Una storia scandita dalle speranze e dalle tragedie di quel Paese, dal miraggio di benessere che intorno al 1920 aveva spinto tanta povera gente a traversare l'Oceano, all'ignominia dei desaparecidos, gettati vivi in pasto ai pesci perché non ne restasse più traccia. Ma qualche traccia era comunque sopravvissuta, nei figli strappati alle madri subito dopo essere stati partoriti, per darli in adozione ai complici del regime. Insieme al Filografo, col quale sta andando letteralmente d'amore e d'accordo, Loreta scava in questo passato sofferto per scoprire la ragione dell'omicidio dell'antiquario. Ma non potrà godersi a lungo il meritato successo, a causa di uno spiazzante finale a sorpresa...
La fine senza appello della scrittura a mano è la fine di un'epoca. Marco Nundini la proietta in un futuro prossimo dai tratti plausibili, servendosene come scenario di un giallo dallo spunto originale, che oscilla tra Veneto e Sud America, creando un intricato (anche troppo) andirivieni di rievocazioni intrecciate in una narrazione labirintica. Ed è questo il pregio ma anche il limite del romanzo, che in poche pagine (nemmeno 180) sfiora molteplici temi senza approfondirne nessuno. Pregio, perché in un tempo di bestselleroni debordanti e pignolescamente minuziosi, anche la snellezza di un libro ha il suo non disprezzabile vantaggio. Limite, perché tutto si ferma in superficie, psicologie e vicende storiche, e in tanti continui salti cronologici si finisce per perdere un po' il filo. Tra gli scenari avveniristici del dominio tecnologico che ci toglie la penna per sostituirla con una tastiera, il colpo di stato che nel 1976 rovescia il governo di Isabelita Perón per generare gli orrori della dittatura militare, e il sottotema - non trascurabile nell'evoluzione del plot - della violenza contro le donne dei maschi respinti, la soluzione del caso poliziesco finisce per rimanere adombrata. Come dire, al fuoco c'è troppa carne (argentina).