Pier Paolo Pasolini - Una morte violenta

Pier Paolo Pasolini - Una morte violenta
“Abbiamo un morto all'Idroscalo, interessa?”. Lucia è una giovane giornalista di venti anni. Si occupa di cronaca locale per Paese Sera. Sono le sette di mattina del 2 novembre 1975, un brigadiere le ha appena comunicato il ritrovamento di un cadavere. Certo che le interessa un morto all'Idroscalo: “Stavolta ci scappa la firma nazionale” pensa. Chiama il suo fotografo preferito, Ali, mette in tasca i gettoni per il telefono pubblico – mai dimenticare di riempirsi le tasche di gettoni, è una delle regole basilari del cronista degli anni '70, quando l'unico mezzo per comunicare le notizie alla redazione era la cara vecchia cabina telefonica. La Seicento parte, “per fortuna”, Lucia segue la scia delle auto della questura e in poco tempo arriva sul posto. “C'è il morto. La faccia affondata nella melma. Senza camicia, il cadavere indossa una maglietta sporca di sangue. Segnata dal passaggio di pneumatici. Un massacro”. Quando il commissario Marieni lo gira, Lucia lo sente mormorare “Pasolini”. È un attimo, al bruciore intenso di un dolore indefinibile, al ronzio nelle orecchie, si sostituisce quasi subito un pensiero: “Devo trovare un telefono”. Lucia è consapevole che dovrà “passare la notizia” ad un cronista più esperto, ma non può perdere l'occasione della sua vita, nonostante il dolore per la morte del poeta. “Sì, vabbé, e chi te l'ha detto?” Al giornale non ci credono. “Guardate che è proprio Pasolini” urla Lucia... 
La prima regola fondamentale del recensore, rispettata sempre con puntuale precisione, è quella di scrivere in modo impersonale. Evitare i “mi piace”, i “secondo me” i riferimenti a vicende personali che renderebbero la critica un mero esercizio individuale. Stavolta devo contravvenire alla regola. E non perché Lucia Visca narri la “morte di un poeta” anzi, “del” poeta, ma perché racconta quella morte attraverso la descrizione di una fetta di territorio che ha contrassegnato la mia infanzia. Erano già gli anni '80, Pasolini era ormai morto da più di cinque anni, ma all'Idroscalo tutto era uguale a quella maledetta notte. In realtà, se eliminiamo gli antiestetici capannoni del recente cantiere navale, le lunghe cancellate che delimitano quella striscia di spiaggia incontaminata, ora oasi protetta Lipu, la colonnina per SOS del Comune di Roma e il piccolo monumento a Pasolini, inaugurato dieci anni dopo la morte del poeta, tutto è uguale al 2 novembre 1975. Quelle che un tempo venivano definite “baracche”, perlopiù basse casette abusive protette da cancellate artigianali e divise tra loro da muretti in cemento, sono ancora lì. Una di queste era dei miei nonni. Non ho mai indagato su come ne fossero venuti in possesso, so solo che le estati passate in quel piccolo ma dignitoso casotto avevano il sapore di panzanella, il sottofondo sonoro delle onde del mare e del chiocciare di una solitaria gallina che tenevamo in cortile come un cane. Passeggiavo con mio nonno quasi tutte le mattine su quelle colline sabbiose fitte di vegetazione a far finta di catturare i granchi che ancora si potevano permettere il lusso di passeggiare sul bagnasciuga. Mi chiedo quante volte sono passato davanti al posto dove avevano ammazzato Pier Paolo Pasolini senza sapere. Anche la vecchia fabbrica di materassi Oriflex, proprio di fronte all'aerea dove si è compiuto il massacro, è ancora lì. Sembra come se in quel punto il tempo si sia fermato e per quanto l'uomo si sforzi di modificare in peggio l'assetto di quel degradato territorio con grossolane costruzioni portuali, tutto resta come prima. Penso di possedere delle immagini nitide di quello che Lucia Visca racconta in Pier Paolo Pasolini. Una morte violenta. Credo di aver giocato anch'io a calcio in quel campetto dove la palla ha continuato a rotolare col cadavere massacrato di Pasolini a qualche metro. Io, bambino inconsapevole allora, ogni volta che torno da quelle parti oggi, mi sento come la nostra autrice quella mattina del 2 novembre. Mi guardo intorno, come se potessi ancora trovare indizi che possano aiutare a risolvere un caso ancora irrisolto. Non c'è la folla di inquirenti e giornalisti a disturbare il mio desiderio di verità. C'è forse ancora, da qualche parte, traccia del DNA di Pasolini. Un pensiero dolce e inquietante, che mi spinge a fuggire dai docili cuccioli randagi che ancora adesso circondano l'area. Ma Lucia Visca non racconta soltanto la sua personale e unica cronaca della cronaca (corredata di immagini della scena del delitto), ci spiega il perché il caso non è ancora chiuso. Ricostruisce cronologicamente i processi, gli atti, fino ad arrivare all'angosciante ma plausibile ipotesi che legherebbe la morte di Pasolini a quelle di Enrico Mattei e Mauro de Mauro. Una giovane e ambiziosa cronista, in bilico tra il desiderio di scoop e il dolore di una morte violenta. Così, la mia sarà pure una recensione antideontologica, ma è in linea col testo.

 
 

 

 

 
 
 
 
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