Anemone

Anemone

(“Possiedo sfumature/ di cui non riesco ad essere soddisfatta/ per questo/ cado assuefatta ad occhi chiusi…”). La poesia per riempire di sentimento e significato una vita fatta di debolezze, di amore consumato come una sigaretta ma incapace di appagare l’esigenza di un animo sensibile (“Queste stesse sigarette/ erano lettere masticate da dizioni sbronze/ che in pubblico/ mi aiutano ad essere gigante/ a non soffrire/ di quell’amore ad ore…). Di fronte all’insoddisfazione il cuore poetico si apre a nuove riflessioni sull’esistenza, descritta come una strada coperta dalle foglie autunnali che nascondono il futuro, pensieri che sfociano nel desiderio di morire, istinto subito soppresso dalla moralità che sollecita una naturale paura (“Se la paura fosse morale/ sarei salva all’istante…”). La vita è un teatro dove siamo chiamati a recitare in ruoli che devono nascondere i sentimenti, presenti solo nell’ispirazione poetica, una mascherata fatta di scene sessualmente e culturalmente esaltanti come le zingare che ballano (“Regine d’incredibile bellezza,/ dai capelli profumati/ e vagabondi peccati). La gioventù è accattivante per la completa dedizione al vizio, consumato tra le luci blu della discoteca (“Tra sudori,/ vapori sterili,/ cado giù,/ nel tunnel blu..”) o in una camera da letto dando libero sfogo a ogni desiderio della carne. Ma dopo il piacere c’è il ritorno alla realtà, la poesia deve ancora riempire una vita resa incompleta da un amore fugace e allontanare l’idea di un suicidio fisico dopo la morte emotiva…

Fin dal titolo Miriam Di Miceli, giovane poetessa già matura nel suo modo di guardare alla vita, sceglie l’immagine dell’anemone, il fiore del vento, per impostare un’attenta riflessione su un’esistenza incompleta fatta di mancanze emotive e narrabile solo attraverso la poesia. Quest’ultima è per l’autrice come un “cortometraggio”, un filmato breve ma intenso dei momenti significativi di una vita in divenire, per non perdere quanto è indispensabile ricordare e per porre un punto fermo di riflessione e andare avanti. Interessante la concezione del punto solo come segno grafico, non certo come fine della poesia. Quello dell’autrice è un animo turbato, che cerca di sfuggire il consueto e il superficiale, per aspirare alla bellezza dell’arte come unica salvezza in cui sperare, droga più forte di ogni vizio e di ogni appetito della carne che sopravvive alle vicende distruttive della vita. Ma l’instabilità e il vuoto emotivo continuano a far paura a Miriam Di Miceli, che nei versi non nasconde una tristezza costante risultato di una sofferenza solo attenuata dalla dolcezza della poesia. Perché la sua è una poesia dolce e sentimentale, che solo di fronte alle forme peggiori in cui si esprimono i piaceri della carne sfocia in espressioni aride di sentimento, per criticare e non certo condividere. Una poesia marcata da una musicalità che procede verso dopo verso, allo stesso modo della dolcezza alterata solo di fronte a tutto ciò che si oppone alla bellezza dell’arte.



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