Attimi

Attimi

“Esplora la vita con gli occhi di un bambino/ Rimani puerile dentro/, rimani puro/ Rimarrai stupito di incantevoli prodigi”. L’invito è tanto semplice quanto importante. Senza disturbare il sonno eterno di Pascoli (pleonastico sottolineare il riferimento al mito del fanciullino) è indubbio che mantenere l’innocenza e lo stupore di fronte alle cose del mondo sia un’attività da recuperare o da mantenere se già rientra nella nostra routine. Ancora un suggerimento: “Raccogli la vita, non frantumarla tra le dita/ accarezza la saggezza e cogli le sue parole”. Si direbbero aforismi più che versi di poesia. Siamo in effetti di fronte a poesie che spesso sfiorano la narrativa, la prosa poetica, soprattutto quando vengono affrontate tematiche delicate come l’atteggiamento verso il diverso, sia come descrizione di atti di bullismo psicologico sia di incontri con persone in condizioni di disagio. Gli altri temi sono il più classico dei classici: disillusione dell’amore, riflessione sulla propria condizione di tristezza, il rapporto romantico con la natura…

Ciò che colpisce di questa raccolta di Alessia Gallello è scoprire che l’autrice ha sedici anni. Per la maturità espressa? No. Per la padronanza del mezzo poetico? Nemmeno. Il lirismo che la pervade è soffocante, retrò, un tono che personalmente non mi aspetterei da una adolescente. Delle due cose l’una: o si tratta di un’operazione volontariamente arcaizzante o siamo di fronte ad una poesia naturalmente “antica”. È ben vero che molti poeti amano recuperare uno stile e un tono lirico diciamo tradizionale che, anche se non particolarmente amato (da me, per esempio) ha risultanze oggettivamente apprezzabili e anche artistiche. Ma quando ci si trova di fronte a una ragazzina (tra l’altro già alla sua terza raccolta) che scrive “venustà”, “balocchi”, “nefasta”, che toglie la vocale finale per essere lirica io resto piuttosto sconcertata, perché le poesie non sono credibili, non hanno un impatto estetico convincente. Mi si passi la sterzata improvvisa verso l’editing (che non mi compete come professione) ma non posso accettare di leggere poesie edite con errori madornali (“sudice”!), con almeno tre occasioni in cui il verso inizia con un verbo che tu pensi sia coniugato alla prima persona singolare ma non sta in piedi se non pensando che sia stato presuntuosamente trasformato in un sostantivo: “Annuso di un contatto/ vibra con affanno il corpo mio al tuo /ti fuggo accanto, ti cerco/ sopravvivo alla tua assenza”; con una coordinata avversativa che non ha senso logico: “La nostra intesa va al di là dei volti/ ma tu cieco di un cuore che non ascolta il mio/ mi sazia il professare delle labbra tue”; con un’analogia incomprensibile: “Siete immensamente lontani/ come acqua acida di un torrente”. In poesia la sintassi può essere manipolata, ma la grammatica no. Oltre agli errori grammaticali, la punteggiatura a volte è assente proprio laddove dovrebbe essere aiuto a sciogliere l’ambiguità del senso. Oltretutto, se questo non fosse sufficiente, gli incipit e gli excipit sono inefficaci: i primi non danno la scossa che produce la voglia necessaria per proseguire e i secondi non lasciano l’eco che dovrebbero. Aggiungo una carezza. Credo che la poesia possa essere presente nel futuro di questa giovanissima donna, ma guidata da mani esperte. Altrimenti si farà l’errore che spesso si commette con i figli nel dire sei tanto bravo, quando in realtà per diventarlo c’è ancora molta strada da fare.

 


 

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