Ave Virgilio ‒ Carme

Ave Virgilio ‒ Carme
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Il presente Carme addensa componimenti poetici in cui a fare da sfondo non è un ambiente bucolico, come sembrerebbe alludere il titolo, bensì scenari montagnosi irritanti che ospitano il folklore malinconico e grezzo di una comunità arida e grezza di pascoli e stalle, l’ossessione ripetitiva di culti ancestrali, la superstizione di riti oracolari, la desolante devozione alla liturgia delle feste di paese: “Morti prati, morti campi/ morti casali, morte vacche/ morti porci, morti ruscelli/ e nei ruscelli/ pesci morti/ morte preghiere, donne morte/ città morte, morti inverni”. I versi vengono declinati dall’autore con l’indole astiosa e profanatrice di chi vaga come un estraneo incredulo e disorientato, soverchiato da una terribile foga inclemente da cui trapela una esistenza vissuta nei di barlumi dei perché sempre troppo lontani: “E più indietro/ sapere morto e morti lamenti/ morto autunno e morta primavera/ la morta pazzia della mia anima morta…” Perché in lui sopravvive il lume pur fioco del languore dell’estraneità incompresa ma consapevole: che continua a essere utopie negate, schegge di attesa, voce gridata nel deserto: “Voi che mi avete messo fuori, / me, una bestia qualunque, / espulso come piscia dopo la birra”…

Thomas Bernhard (Heerlen 1931 – Gmunden 1989) è stato un poligrafo autore austriaco di vasta notorietà. Poligrafo perché ha esplorato molti campi di scrittura, senza mai giungere, credo, all’elaborazione di un proprio linguaggio definitivo. Dalle poesie ai romanzi, dai testi teatrali ai racconti, dalle memorie agli articoli di giornale, Bernhard non si è certo risparmiato. Tra il 1975 e il 1982 ha anche frammentato in alcuni memorabili romanzi la sua autobiografia assemblata e uscita in Italia in un unico volume da Adelphi nel 2011. Volendo qui attenerci solo alla presente raccolta scritta di getto nel 1960 e pubblicata nel 1981, va precisato subito che si tratta di un testo fondamentale della sua carriera letteraria ‒ definito dallo stesso autore di assoluta pregnanza ‒ nel quale risulta fin troppo evidente la difficoltà di un uomo che perlustra territori da cui esce ogni volta con la certezza di un’amara e inevitabile sconfitta. Mai come in queste pagine, infatti, che fissano il loro cardine sotto il segno di un disorientamento che non risparmia nulla dei particolari più urtanti ed eloquenti, siamo posti al cospetto di una geografia e di un ambiente etnico che generano una narrazione cruda, riflessioni maniacali e iperboli di prosa vorticosa e implacabile. Nonché il senso di sdegnato smarrimento di una vita impercorribile che seguita a urlare ancora oggi dalle pagine del libro.



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