Cinque stanze, in affitto

Cinque stanze, in affitto
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Dopo aver preso le chiavi dall’agente immobiliare il poeta varca la soglia e si chiude nella silente immobilità della nuova abitazione. Attimi di intensa riflessione iniziano a scorrere con sofferto disincanto tra le pareti di un ambiente famigliare che richiamano alla mente ricordi di un vissuto domestico e meditazioni che ora stazionano nell’assordate silenzio di una diversa quotidianità. La cucina non è qui il luogo in cui “si svolgeva la vita della famiglia”, ma un vano nel quale “oggi si celebra la festa della solitudine”. Voci, echi e suoni che si levano impalpabili dai profondi recessi della loro sepoltura, velano di tristezza il volto che osserva il legno delle intelaiature della camera, vecchio come i precedenti abitanti, allungano ombre di inquietudine dinanzi al silenzio delle stanze spoglie che “gli scatoloni non hanno abbastanza volume per poterlo zittire”, per poi ritirarsi a invecchiare tra carta e attese nel ripostiglio. Mentre il bagno raccoglie ed espelle l’accumulo delle frustrazioni giornaliere, lo spazio del terrazzo affiora la consapevolezza di ciò che il tempo ha modellato a suo piacimento…

Carlo Di Francescantonio, nato a Santa Margherita Ligure nel 1976, è autore di romanzi e raccolte poetiche. In questa nuova breve silloge, che esce in formato digitale nella collana “Scintille” dell’editore Matisklo, la topografia dell’abitazione di cui ci racconta l’autore costituisce un ambito di comparativa sussistenza. Una sorta di convergenza al grado più elevato di ciò che emerge tanto tra le pareti domestiche quanto tra quelle dell’animo. In una dimensione completamente sganciata da una rigorosa scansione poetica, l’apparato stilistico e linguistico impiegato da Di Francescantonio rivela l’innegabile forza espressiva di un poeta che forse non sa fare a meno di un’eccessiva disinvoltura del dire. Che ha come il bisogno di rivolgersi al lettore per invocare solidarietà dinanzi alle sagome anonime e indefinite che vagano nella densa imperscrutabilità di uno spazio che nemmeno l’ardore dei versi riesce a stenebrare.

 

 


 

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