Contro Venere

controvenere

Accendere Venere ogni sera, a fare amore. Accendere Venere, “ma tu non guardasti mai”. Così, contro Venere, uccidere Venere, portandola a terra per chi ha paura delle altezze. Assenza di battito, assenza di passi. Dopo aver imprecato per anni, dopo tanto ieri, adesso è assenza, è sospensione. Le parole sono state scritte nella cenere e ripulite con il sangue. Le parole, adesso, come bisturi incidono i corpi, il due del rapporto per esaminare le varie sezioni logorate dalla guerra, quel che resta dopo la “distruzione materica”. Dapprima risale il prode inerme, arriva la labbro, si “siede sul trono”, osserva “il reame/ spiombato”. S’incontrano confini, si scoprono castelli di carne. Groviglio senza disegno, senza riparo. E poi “scese a terra l’inferno”, un ultimo sorriso a spegnere la stella polare. Fremito e scoppiare, lava di legno e fuoco. Lacrime e preghiere di spade. Lame si insinuano nel pertugio dell’altro. In questa feroce contusione non c’è possibilità di separare la luce dalle tenebre. Uno scontro dopo l’altro, giorni del niente prima di un nuovo balzo d’assedio per bestie notturne alle quali la luna si è negata. Scomparsa di luna. Scomparsa di Venere…

Prima raccolta poetica per Alessandra Merico, anche attrice teatrale, ma quanto rumore di anticamere e code di prefazioni e postfazioni e citazioni! Per Davide Rondoni, autore della prefazione, la Merico è un riuscito ed energico esempio di una nuova corrente poetica, denominata vendichismo, poesie “o qualcosa del genere” scritte con cura e acribia – precisa Rondoni – per vendicarsi di qualcuno. Una guerra, in Contro Venere, di cui si cantano le post-azioni, i movimenti e i segni riportati dal corpo a ogni balzo d’assedio. Un teatro della vendetta, d’accordo con Rondoni, che si compone di quadri/fasi che seguono ogni bassezza compiuta, ogni atrocità commessa in passato. Il prode inerme risale il corpo di lei, cerca ancora qualche segno, qualche battito. Il seme si presenta davanti alla giuria e vuole la terra leggera. Ingannevoli concreti appigli che si sgretolano. Tergiversare fermo di parole che tagliano e cercano e s’infuriano e si annullano. Cedono, zoppicano, e più di un verso è duro ruvido, senza musicalità, inciampa e crolla al rigo sotto. Progettualità di disintegrazione, ad incastrare precisioni e chirurgiche pesanti immagini da cui voler trarre qualche conforto, qualche respiro là dove la luna è scomparsa.



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