Dalla parte della radice

Dalla parte della radice
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“Non mi stupisco / Dell’arroganza diventata / più contagiosa della tristezza / […] Della pochezza sufficiente / a qualunque travestimento / […] Della mancanza di limite che hanno certe facce”. Non può il poeta, che pure si dichiara alieno dal disincanto, tacere davanti a ciò che quotidianamente lo ferisce e non può fare a meno di urlare al mondo che la mediocrità non gli piace, al pari dell’approssimazione e della retorica. Pure, sa bene in cosa trovare rifugio e conforto: “gestire parole / con attenzioni solite / delle cose più fragili”. È del poeta, infatti, sapere che “il fiore / tiene conto / del minimo / d’ogni vento” e soprattutto conoscere e custodire il segreto più grande:” d’amore la morte muore / nel poco, nel niente / di cose / di poco conto”. Il poeta lo sa bene che “Della parola il dominio è vano”, eppure non sa fare a meno di leggere la vita a suo modo, consapevole che “per fare un poeta / occorre una vita / che – per tutti gli altri / - non valga la pena”. Fino alla definizione, che suona così bella e assoluta, di sé e della sua percezione del mondo: “Nella cavità / dell’anima / inclinata, / la caducità / diagonale / delle cose”…

Come è noto, la poesia moderna sfugge a definizioni assolute e a regole rigide, e quindi ha perfettamente ragione Marco Luppi, qui alla sua prima silloge poetica, a dire che la Poesia “semplicemente” serve “a infrangere la solida delimitazione dei corpi umani”, quella che spaventava tanto Kafka, per avvicinare i loro sentire che davanti alle parole invece si riconoscono. Il limite naturale del linguaggio, allora, lo superiamo quando scopriamo che “Siamo versi scritti di un foglietto stropicciato tra gli spiccioli che qualcun altro, da sempre, porta a sua insaputa nelle tasche”, - frase bellissima non a caso posta all’inizio della raccolta come una dedica al lettore o forse una dichiarazione d’intenti – e quando ci ritroviamo, per questo, tra le parole che un altro ha saputo usare per parlare, anche, di noi e con la nostra voce. Della parola Luppi mostra di avere il culto, per l’attenzione e per la cura che mette nella scelta, nello sforzo teso alla sottrazione, al labor limae, alla scarnificazione fino a ridurla all’essenziale, “dalla parte della radice”, come recita appunto il titolo. Non a caso, come dichiarazione di stile, in esergo una citazione di Paul Éluard: “Bisogna dire tutto in poche parole”, parole affilate, taglienti come lame o di acuta dolcezza, a cominciare dalla dedica. Luppi mira al centro, all’origine, all’essenza pura, e il percorso della silloge procede in questo senso, esasperato anche dall’uso dei titoli in enjambement, quasi ad evitare il più possibile “lo spreco” di spazio e parole in eccesso, fino a che la parola si fa sempre più rarefatta, fino alla poesia che chiude questa tensione al nucleo, al cuore vitale: “Adducendo amore”, lì dove, nell’unico verso, il gerundio, solitamente avversato nell’uso comune, si riveste di una musicalità che ne espande il senso e la dimensione. La bella prefazione del poeta Pier Domenico Ori parla di riflessione estetico-etica, di gioco “quasi enigmistico” di parole (compreso un acrostico) e di versi che in effetti abbonda, insieme a preziosi riferimenti colti a scrittori e poeti probabilmente tra i più cari all’autore ma anche bagaglio della sua formazione. La sensibilità di Marco Luppi emerge cristallina attraverso le riflessioni e le citazioni che condivide sulla sua pagina Facebook, dove però le parole arrivano rapide ma restano poco; per questo è davvero un piacere sfogliare in cartaceo il libriccino che raccoglie questi suoi scritti. L’augurio è che ci sia presto un seguito a questa piccola antologia e ci regali altre parole nelle quali potersi riconoscere e specchiare.



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