Dancing Paradiso

Dancing Paradiso

Stan il Pianista Triste ha un piano. Ci pensa mentre gli tornano in mente le parole che lui gli diceva, “È importante anche ciò che non suoniamo”. Ricorda anche che con lui “In ogni locale delle città in cui siamo entrati / Siam sempre usciti con qualche pezzo di meno / Ma con onore, pure se pesti e ubriachi”. E per lui adesso ha una promessa: “Domani sarò da te amico dimenticato / Che sei all’ultima nota dello spartito”… “Oggi sono sei anni e sette mesi / che sto rinchiuso in questa camera / Per mia volontà e scelta”. Un muso di maiale, folte basette e cento chili addosso, “Perché voglio morire grasso come Elvis”. Anche lui era un cantante, poi “È stato facile diventare cattivo / A ventisei anni mi sono sepolto vivo”. Beve birra e mangia hamburger, ha una casa sporca che divide con topi e blatte e ruba soldi sul web, perché come hacker è bravo davvero. “Per questo ho costruito una cella / Per poter dire che sono stato io / A decidere di essere nulla / troppo dolore ho tenuto nascosto / Si è sempre soli una notte di troppo”. Ma anche lui, Elvis, ha un piano. Prender l’auto preparata da tempo e andare a fare una strage… Lady scriveva versi e saggi, leggeva Plath e Cvetaeva. Adesso non ci riesce più, “Ora frequento tutti gli artisti chimici / Mister Xanax lady Tavor e l’ilare Prozac”, e sa quale arteria si dissangua più in fretta, il punto dove posare la canna della pistola e le dosi dei veleni. Non vuole morire per imitazione ma il pensiero della morte non l’abbandona mai, “Datemi un posto nel mondo / Aprite questa porta dove busso piangendo”… Amina serve da bere in un locale “a vecchi e nuovi zombie” che fanno battute su di lei. “Ma io non sono qui”. Lei non li sente perché è rimasta in quello spazio di frontiera dove vagavano dopo la fuga. “Ho freddo, l’alba è bianca e gelata / Madre dove sei andata?”. Amina ha cercato di sopravvivere da sola, “Io scappo scappo scappo / Da un inferno all’altro / Come ho sempre fatto”, abituata a lerci commenti e stanca di chi le dice di tornarsene a casa, straniera pezzente. “Il vostro odio non servirà a niente / Ma intanto ferisce e guasta”… Bill il Bello è uno scheletro che rantola in un letto d’ospedale e sa che forse l’indomani sarà morto. Nessuno va a trovarlo, eppure “Ero un sex symbol, un vero Macho / Stavo alla batteria come un re sul trono / Ero tempesta grandine e tuono”. Poi lo vede accanto a sé, “ Barbuto e un po’ invecchiato / con la stessa faccia da film muto / meno capelli stessa brillantina”. Ciao, gli dice il pianista Stan, e poi “Be’, allora Billy Bob quasi- morto / Usciamo di qua e facciamo un concerto”… Si ritrovano tutti la stessa notte nello stesso locale, il Dancing Paradiso. Ha fatto in modo che accadesse Angelo angelica, angelo caduto dal cielo con le sue ali sporche di fango che si impigliano negli stretti vicoli delle città “malate che dormono inquiete”. Li ha osservati e ha deciso di provare a dar loro – così uguali con le loro paure e le loro solitudini – una speranza ancora. “Dicono che quando un angelo / Salva qualcuno muore / Così è nella sua natura / Mi piacerebbe allora / Morire molte volte stasera”…

Da Bar Sport del 1976, diventato un classico della letteratura umoristica, di tempo ne è passato parecchio e Stefano Benni, nel frattempo, è diventato uno degli scrittori italiani più amati e apprezzati anche all’estero. Non nuovo alle narrazioni in versi, con Dancing Paradiso ci regala un poemetto capace di essere malinconico, comico, struggente e a tratti anche crudo, in versi che ora cercano rime più o meno audaci, ora si rincorrono liberi in un linguaggio creativo che non disdegna, ad esempio, le onomatopee. Un piccolo romanzo polifonico in versi, lirico e musicale, in cui le voci dei cinque personaggi (più l’angelo) si inseguono ognuna protagonista di uno dei brevi capitoli. Cinque personaggi anomali e sulle righe, “mannari sena luna”, creature prevalentemente notturne senza approdo per le loro annaspanti sopravvivenze. Soli e senza speranza, sono tanto reali nelle loro ossessioni e sofferenze, nella loro amara tristezza, nel loro rancore verso il mondo, da apparire surreali, come se portassero al parossismo emozioni che in qualche modo appartengono a ciascuno di noi. C’è il Pianista Triste che ricorda i tempi d’oro con nostalgica dolcezza e decide di regalare un ultimo concerto al suo amico batterista Bill il Bello, che sta morendo in ospedale tormentato dagli incubi, perché possa suonare “L’ultimo folle assolo / Prima di volare in cielo / su una astronave a nolo”. C’è Amina, la giovane profuga che fa la barista e non si dà pace per aver perso sua madre passando il confine; c’è Elvis, l’hacker obeso che vive autorecluso in casa da sei anni e medita una strage per far sentire forte la sua voce al mondo da cui si sente rifiutato. C’è Lady, la poetessa alcolista potenziale suicida. Prova a dare una speranza – a loro che non ne hanno più da tempo – Angelo angelica, un angelo custode ora maschio ora femmina – e che importa, in fondo, il sesso degli angeli? -, un angelo trasversale ad ogni rappresentazione artistica, un angelo febbricitante e sporco precipitato nel fango. “È un lavoro infernale occuparsi di voi / Ma giuro che sarò al vostro fianco”, dice, e tenta di farli ritrovare tutti insieme in un locale notturno, il Dancing Paradiso. Che succederà dopo l’esibizione di alcuni di loro sul palco? Sorgerà davvero per loro un’alba migliore? O qualcuno di loro al termine della notte troverà soltanto l’autodistruzione che va inseguendo da tempo? Chissà. Forse basta sapere semplicemente ciò che dice Angelo angelica, che dopo tanta sofferenza, alla fine di tutto, “In fondo al cammino troverai un abbraccio”. O si avvererà la sua promessa, la rivelazione che “Nel breve istante in cui la luce muore / Una fiammella resiste e ancora illumina / Tu scoprirai in quell’ultimo bagliore / A cosa assomiglia la tua anima”. Qualche fan storico di Stefano Benni sostiene che da tempo la sua voce non è più all’altezza dei suoi primi lavori. Però ai reading che stanno sostenendo la promozione di Dancing Paradiso, letture impreziosite sempre da accompagnamento musicale, i teatri sono sempre pieni. E anche ritagliarsi mezz’ora per leggere questo poemetto non è affatto una cattiva idea. Per sorridere e fare una piccola scorta di delicata speranza e di soffusa bellezza.



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