Due punti

Due punti

Il flusso quieto ma ironico dei versi serpeggia fino a che non dà alla raccolta la propria forma e tutto si focalizza passando attraverso ordine e disordine, vita e morte. La poesia non è solo passione profonda del cuore, ma una forma d’arte in cui si combinano intuito e acume, tensione intellettuale e spigliatezza mentale, stupore e vigile attenzione applicati alla descrizione di realtà fugaci, mobili e ambigue che non è possibile portare alla misura precisa di ciò che è definibile: “Il savoir-vivre cosmico,/ benché taccia sul nostro conto,/ tuttavia esige qualcosa da noi:/ un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal/ e una partecipazione stupita a questo gioco/ con regole ignote.” Dunque non rivendicazione della purezza della poesia come punto di arrivo, ma piuttosto di partenza verso il confronto con la vita: “Parole quante è necessario. Mai una di troppo,/ e questo vuol dire che non c’è poesia, né filosofia, e neppure religione./ Là simili trastulli non sono previsti./ Niente che si possa anche solo pensare/ o vedere a occhi chiusi.” Affidando alla capacità del lettore la produzione di un senso che tenga uniti rimandi e lacerti di un’esistenza: “E io, solo per un istante / certa di quel che ho visto, / cerco di persuadere Voi, Lettori, / con qualche verso occasionale,/ quanto triste è stato“…

La poesia di di Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012) è ormai famigliare al lettore italiano grazie alla meritevole opera di Pietro Marchesani che ha tradotto dal polacco quasi tutte le sue raccolte in versi. Due punti - ultimo libro composto all’età di ottantacinque anni dalla poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996 – pur rispettando il tema portante di tutta la precedente produzione lirica, tende a ridurre le innumerevoli tessere che lo costituiscono. La singolarità dei diciassette componimenti in esso raccolti, risiede nel più denso spessore con cui cova la riflessione sulla vita e sulla morte. Il verso, pur sempre immediato nel dire, ma pesante quanto un lingotto nella sua lieve fluenza lirica, ci dà conto di una Szymborska che tiene in mano l’unità stessa del volumetto assumendo su di sé la funzione di testimone, tra un estremo e l’altro, del caos e dell’imprevisto che contrassegnano il percorso umano. Ma anche della necessità di salvarsi nella poesia, unico possesso in un modo minacciato perennemente dalla perdita di sé e degli altri, dall’angoscia e dall’inconsistenza.



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