E-mail da Shahrazad

E-mail da Shahrazad
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“Quando arrivano nel nuovo paese,/ i viaggiatori la portano sulle spalle,/ la polvere del cielo che si son lasciati dietro”. Quella polvere è pesante come un mondo intero – lo sa bene Mohja – perché “era la polvere del viaggiatore”, quella della terra che si è stati costretti ad abbandonare e che è restata nella trama dei tessuti delle loro sciarpe di Siria, dei vestiti di sua madre. La stessa che “non l’abbiamo mai saputo/ Ora è anche sulle nostre spalle”, anche se allora, da bambini, lei e suo fratello, non se ne sono accorti. Sarà rimasta di certo sulle spalle di quel ragazzino di quattordici anni mandato via da sua madre, da solo, che adesso ancora, ormai adulto, dice che “la fame ancora ondeggia/ dentro di me, come il viaggio per mare/ da Beirut al Brasile”. Lui, Skaff, che non è più tornato a casa ma che – dice a sua madre - ha insegnato a sua figlia, “una ragazzina brasiliana di dodici anni/ coi tuoi capelli e i tuoi occhi”, a fare “delle autentiche focacce di carne siriane,/ dorate e sigillate” con la stessa pressione del pollice che ci metteva lei, sua nonna, quella che la ragazzina non conoscerà mai. Quanto fa male la lacerazione di sentirsi strappati dalla propria terra? “Un artiglio spinoso/scava nella roccia”, e non basta urlare nel ricevitore di un telefono per sentirsi un po’ meno lontani. E quanto può fare male non essere parte di nessun mondo, né di quello in cui si è nati né di quello che ti ha accolto, lì dove “il cielo è di un blu straniero”? “Cosa succede a una figlia che non può più parlare/ la lingua di sua madre? […] A scuola giuravamo fedeltà,/ cercando di non sentirci traditori./ […] Quanto abbiamo corso/ per saltare il burrone tra i due mondi, ognuno/ con le sue pretese”… Oggi c’è una novella Shahrazad a raccontare storie “per guadagnarsi da vivere”, che non è troppo diversa da colei che per sopravvivere narrava storie al sultano crudele; anche lei per avvolgere “il filo attorno al rocchetto della notte”. Però lei ammonisce chi la legge nelle sue poesie-email: “Devi ricordare che da dove vengo/per le parole si può morire”… Ma la parola ha il potere della conoscenza e lei deve raccontarle quelle storie, anche se svegliano “i demoni sotto il tuo letto”, perché “all’improvviso Shahrazad scompare/ ma le storie che ha dischiuso continuano/questo è il potere del raccontare una storia”…

Mohja Kahf è una scrittrice e poetessa nata in Siria nel 1967 ed emigrata negli Stati Uniti nel 1971 con i suoi genitori, dissidenti politici. In Arkansas insegna Letterature Comparate e nel 2003 ha esordito con queste liriche. E-mail da Shahrazad però soltanto adesso arriva in Italia – peraltro primo tra i lavori della Kahf – in una versione che comprende poesie scelte, curata e tradotta da Mirella Vallone, ricercatrice presso l’Università di Perugia che scrive qui anche una bella e interessante introduzione, e in una elegante edizione impreziosita da una copertina semplice e sofisticata, carta pregiata e legatura all’americana. Il tema della poetica della Kahf è incentrato sulla diaspora e sulle emozioni che accomunano tutti gli autori solitamente definiti emigranti di seconda generazione. In loro la sofferenza per aver abbandonato la terra natia, che vivono costantemente tanto quanto i loro genitori, si accompagna ad un senso di smarrimento di identità, sostenuto da una specie di vergogna ogni volta che in certo modo provano a sentirsi integrati nella nuova realtà. Il risultato è una lacerazione perenne che ne fa degli estranei all’una e all’altra identità. Nella poesia di Mohja Kahf questo sentimento si fa ora profondamente sofferto e intriso di nostalgia, ma spesso si declina con una ironia quasi provocatoria tesa ad evidenziare l’inconsistenza e la pericolosità dei pregiudizi e degli stereotipi (emblematici i versi dedicati alle odalische). Il poeta ha un’arma efficacissima per combatterli e inficiarli, mettendo a nudo i sentimenti che possono così svelarsi come umanamente universali: è il potere della parola. Come Shahrazad raccontava storie al crudele sultano, notte dopo notte, per salvarsi la vita, così l’autrice, moderna Shahrazad che può usare un mezzo tecnologico come le e-mail, salva se stessa raccontandosi e raccontando il suo mondo. Mai come in questo momento versi come quelli della Kahf sono necessari, per avere un’occasione in più per accantonare le paure che nascono dall’ignoranza e riconoscere tra le parole le emozioni che accomunano. Forse ci sentiremmo motivati a guardare con meno indifferenza le foto delle città siriane martoriate o gli occhi di quella gente che sceglie ogni mezzo possibile pur di lasciare l’impensabile, ovvero la terra in cui si è nati, che si continuerà ad amare disperatamente, proprio come fa Mohja Kahf dalla sue pagine.



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