Ex-voto

Ex-voto

“(per grazia ricevuta)/ Una poesia brutale/ nelle sottili connessioni tra bene, bene/ e male/ capillare, dunque/ se s’intende sangue”. Sono i primi versi della raccolta, una dichiarazione d’intenti che ci fa immergere immediatamente nel contesto: malattia e supplica, guarigione e riconoscenza. La supplica (“maria vergine santa/ non sono arrivata ai quaranta/ fammi la grazia/ accollati/ il nodulomaligno”), la riconoscenza (“Domani/ portiamo il ciondolo/ unoaerre/ alla madonna/ a forma di bambino maschio”). Non v’è dubbio che il canovaccio su cui le poesie si dipanano sia il corpo, nella sua sofferenza (“quando tocco il tuo corpo infetto/ basta un dito o polso/ del mio stesso sangue/ per famigliarità genetica a k* *o tumore/ colon retto”) e nella sua cura (“fa la chemio/ chissà come reagisce/ la metastasi/ al fegato è già partita”). Il corpo come “oggetto” ospedalizzato, da cui mantenere la giusta distanza medico/paziente, rischiando un’insensibilità sfacciatissima (“come un treno/ i dottori ci dicono/ di stare a vedere/ si mangiano stuzzichini/ ai distributori”), come oggetto di una fraseologia al limite dell’inurbano (“ha detto l’infermiera/ esperta: basta un quarto/ d’ora a boccia”). Il corpo sano che poi va in avaria e il malato si chiede “perché proprio a me/ disse/ che non ho mai fatto/ male/ a nessuno e a nulla/ che faccio uscire/ le mosche/ dalla porta”. Il corpo bambino, che viene costretto a pratiche alternative e dannose (“mio bimbo soli 22 mesi/ non era vaccinato/ Ma gli ho dato tanta papaya/ come giovanni paolo II e semi/ e bacche”). Il corpo non autosufficiente che ingombra e disturba, nella terribile e bellissima poesia che chiude la silloge “E adesso siedi/ accanto a dio nostro/ padre/ Doneremo il/ respiratore/ all’ospedale/ I superpannoloni/ agli anziani/ Non ci resta che cambiare/ la fiat doblò/ per handicappati/ con una mini”…

Alessandra Carnaroli arriva alla pubblicazione di questa raccolta-bomba (che si è recentemente aggiudicata il primo posto al concorso “Dislivelli” della rassegna Bologna in Lettere) dopo aver pubblicato altri libri di poesia, tra i quali ricordo Elsamatta (2015) e Primine (2017). L’impatto con il suo linguaggio così legato al testo (sembra un’ovvietà ma non lo è) e così in pace col resto è stato deflagrante. Mi spiego, la ricerca sul linguaggio è un passo obbligato per un poeta che qualcosa di nuovo, una variazione sul tema, deve pur estrarre. Ma a differenza di molti poeti letti, di avanguardia, disavanguardia, che destrutturano e manipolano, che scarnificano e ossidano, rendendo i testi spesso inavvicinabili, Carnaroli utilizza un linguaggio traumatico, epilettico (cito Amelia Rosselli, come vicinanza, nome che uso con estrema parsimonia, anzi forse non l’ho mai utilizzato come termine di paragone), talora inurbano, fatto di parole semplici, di uso comune (anche marche di prodotti del supermercato), fornendo alla bocca dei parlanti (lei scrive in prima persona diventando il personaggio che dice) un lessico fatto a suo uso e consumo. Lo ha fatto in Elsamatta, inventandosi grandiosi scivoloni sintattici e grammaticali, adatti alla parlata sconclusionata di una malata di mente. Nel nostro caso, il linguaggio perde un po’ del sapiens e diventa leggermente primitivo, specialmente nelle invocazioni quasi infantili dei malati e dei loro parenti, vi è pochissima punteggiatura, alcuni versi subiscono una dislocazione grafica e li troviamo allineati sulla destra. Graficamente e strutturalmente si presenta come un libro estremamente particolare: vicino ad alcuni testi si trovano disegni inerenti, molto elementari ma altrettanto esplicativi, realizzati dalla poetessa stessa. Il formato del libro è un quadrato, che si apre in quattro, ad ogni giro pagina, come una pala d’altare. E questo è: una pala aperta sull’altare del trauma.



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