Il cane di Giacometti

Il cane di Giacometti

“Ci sono età dove incontrarsi è restare/ altre si tengono nei sogni mentre/ le lame girano, tagliano, tolgono/ il sangue sempre più vicino al fiato”. Le “altre” sono età del non restare, dell’abbandono. Quando due ritorna a essere uno si accende il buio (“con un pezzo di buio vicino”), finiscono le parole e restano le azioni o le non azioni (“Sono senza saluti gli amori che passano/ gli addii dritti sui binari/ quello stare pieni dentro un gesto”). Il viaggio nella solitudine di chi resta, disancorato e senza appoggio, ha una partenza a caduta e si cade perché “non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene”. Si precipita dentro la città e i suoi luoghi più umili e più cupi (“Di questa città/ si dovrebbe dire solo/ il vero delle cantine”), (“…alla fine sono i tombini qui/ ad essere le gole dei paesaggi”), dove la luce c’è a macchie, e quando è macchia/ luce si inspira il dubbio che è anche speranza (“Dimmi fino a quando possono reggere/ le braccia spalancate senza/ che incomincino a tremare”). Ma nel singhiozzo della luce, nell’essere tornati a camminare solo con le proprie gambe, tra tombini, cunicoli e cantine si trova, forse si trova, un pezzo di qualcosa, di fortuito o di proprio, a cui tenersi stretti per non annegare (“Lasciare che il giorno passi/ come quando fino all’ultimo si resta/ aggrappati a un legno/ a un coro d’unghie”)…

Secondo volume di quella che sarà una trilogia, preceduto da Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Tre libri per parlare dell’abbandono. Nel primo l’abbandono viene trattato da Stefano Raimondi con un parallelo tra il disastro emotivo personale (un abbandono doloroso) e l’attualità della Seconda guerra del Golfo (2003) e di altri tragici avvenimenti (il G8 di Genova, per dirne uno). Parallelo, appunto, che si somiglia ma che non si sovrappone, come a dire, stessa risultanza, la sofferenza, ma diversa eziologia. Nella nuova raccolta, il “cane” del titolo, che prende spunto da una considerazione di Alberto Giacometti (famoso scultore e pittore svizzero), è la reificazione della solitudine. Se l’abbandono è azione breve, un suono acuto che ha un inizio e una fine, la solitudine è un tinnito. Qui Raimondi, poeta che ha sempre un occhio rivolto all’interno e uno attento al fuori, accompagna la sua solitudine per le vie della città, soffermandosi sui tombini, le grondaie, i cunicoli, le cantine, ambienti dove si raccoglie l’acqua reflua, lo scarto. La metafora è forte e svilente, ma nel contempo compassionevole per un’anima lasciata sola, scartata, che cerca di rielaborare il lutto e di riagganciarsi alla vita. Il linguaggio è coerente all’esperienza emotiva e procede dal pessimismo addolorato dei primi versi (“non ci sono”, “non esiste”, “mai”) fino alla possibile guarigione, (“esserci”, “perdoni”, “carezze”, “respiri”). Poesia, forma eletta per alfabetizzare il dolore.



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