Il comune salario

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“Sono uno con l’ombrello/ uscito per confondermi sul tram/ con tutti quelli che vanno o ritornano/ o si muovano comunque. Se vado, che ne so, fino a Quarto Oggiaro o dopo Lorenteggio non è che ci sto andando/ per qualcosa. È per esserci, sulla direzione,/ tutto qui. Poi scendo e passeggio con l’ombrello come uno del quartiere”. È questa la finalità ultima della poesia di Fabrizio Bernini, che manifesta lo scopo comune dell’agire e affratella gli individui. Ma non solo, il poeta si sofferma a scrutare le menti dei reietti per cogliere, in un crescendo di mestizia, il lume radioso e sfolgorante della fantasia che giunge all’osservatore attento e disincantato dopo la constatazione che “nei cuori più neri, quelli invischiati nell’atra pece delle mute/ e strascicanti tenebre, senza mai/ nessuno sguardo che li avverta trascolorare nell’ombra, senza altra compagnia/ che la solitudine buia e pesta dei reietti,/ è là, dietro l’ultima pagina lugubre della loro storia brilla qualcosa che il poeta coglie. E in un appagamento di solidarietà umana sente una comune famiglia/ di dolore e bellezza/ avverte che c’è un conto semplice e quotidiano, un comune salario che tocca a tutti”…

È una poesia emotiva elaborata all’interno di una realtà quotidiana quella che esprime Fabrizio Bernini nella raccolta Il comune salario - titolo derivato da un verso della lirica del poeta statunitense Dylan Thomas intitolata In my craft or sullen art in cui si esprimono le ragioni dell’artista che compone “(…) but for the common wages of their most secret heart”. Così, i motivi ispiratori dell’autore sono i dati reali, continuamente trasfigurati secondo il proprio stato d’animo e sono tutti riconducibili a “microstorie”, a flash di minima portata che ingenerano acute e spesso ciniche riflessioni. Il libro si compone di due parti che possono essere lette in separati momenti. La prima dal titolo L’intersezione degli insiemi ha tre protagonisti, tre alter ego dell’autore che esprimono liricamente ciascuno la propria inquietitudine. Sono Marco, 25 anni, che lavora nell’impresa di famiglia, Luca 22 anni, disoccupato che vive in periferia e Roberto, 26 anni, studente universitario impegnato in attività sociali. La seconda parte è incentrata sull’unica voce dell’autore che riversa nella pagina le proprie sensazioni. Ad ispirarlo: attese davanti alla scuola, un percorso breve al semaforo, un affacciarsi al balcone, una tappa a piedi dopo il metrò. È un’espressività tutta giocata sul rapporto soggetto – oggetto e sulle sensazioni che la realtà produce sull’animo dell’autore. Appare evidentissima l’adesione, proprio nella seconda parte della raccolta, ad un certo minimalismo, seppur non dichiarato, ma presente nel senso di un conto “semplice e quotidiano” o di “esserci, da qualche parte, con qualcun altro, in ogni modo. L’io si pone al centro della narrazione e si proietta nei versi, talvolta lasciando spazio all’ironia e talvolta alla constatazione amara della fragilità dell’essere. È la dimensione privata, intima, a prevalere laddove per contro, del tutto assenti sono l’impegno civile e la forza etica delle parole.

 


 

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