Il corvo

Il corvo
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La stanza di uno studioso, fino a quel momento immersa nel silenzio, si riempie di un suono torvo, come di un bussare alla porta. “Mentre crollava il mio capo, come a sonnecchiare/ giunse, d’improvviso, un colpo”. Tutto accade verso la mezzanotte di un oscuro dicembre, una notte in cui, come tante altre, il pensiero dell’uomo corre verso la sua amata ormai perduta. Il pensiero e la presenza di Lenora non abbandonano da tempo il poeta, che continua a provare ogni notte una fitta sul petto per la mancanza, che lo tormenta. Il bussare alla porta non porta però con sé nessun visitatore. “E quando spalancai la porta allora: solo ombra, null’altro ancora”. Il bussare alla porta non accenna a smettere, e l’uomo è come pervaso da una sensazione, come se a bussare fosse proprio la sua amata, così prova a chiamarla, timidamente, “Lenora”, e un’eco sembra restituire quel nome che echeggia nella sua stanza. Ma la razionalità prende il sopravvento e il cuore sembra un po’ placare il suo battito. “Certo è qualcosa alla finestra/ su quella vetrina”. Così lo studioso spalanca la finestra ed ecco apparire sull’uscio un corvo. “Con fare da sire o signora, stette sull’uscio della mia dimora”. L’ospite inaspettato modifica l’espressione dell’uomo, la tristezza diventa quasi una risata e lui si rivolge al corvo chiedendogli quale sia il suo nome all’Inferno. Ripete il corvo: “Mai più”…

Immagini, musicalità, suggestioni. Il corvo di Edgar Allan Poe è uno dei componimenti poetici più noti, studiati e tradotti per molteplici motivi, non ultima la perfetta unione di strofe quasi onomatopeiche, ritmate dall’ossessivo “nevermore” ripetuto dal corvo alle domande dello studioso protagonista del poema. La traduzione di Simone Cutri ha voluto render affine, nella lingua italiana, il gracchiare di r, così il letterale “mai più” diventa “mai più, ora” per avvicinare la pronuncia del fonema all’inglese e alle intenzioni del poeta. Molti versi sono leggermente variati rispetto alle più note traduzioni che hanno fatto conoscere e amare Il corvo nel nostro Paese, prima fra tutti l’illuminata versione di Mario Praz. Cerca maggiormente la rima, Simone Cutri, con l’obiettivo di impostare il verso sulla musicalità del significante e meno sul significato. Il corvo resta presenza inquietante, uccello del malaugurio, testimone gracchiante dell’assenza dell’amata e dei tormenti dell’animo del poeta. Una paura che il traduttore ha voluto delegare al ripetersi di un suono torvo, non alle contingenze presenti nei versi, che ugualmente creano il climax di angoscia che ha reso immortali Poe e Il corvo. Quando ci si approccia alla traduzione di un classico della letteratura lo si fa spesso in punta di piedi: una buona traduzione nasce infatti da una profonda conoscenza non solo dell’autore e della sua poetica, ma anche del tempo e del fermento letterario in cui egli ha vissuto e che ne costituisce in parte senso ed estetica. Coraggiosa, dunque, ma non del tutto azzeccata l’intenzione di “sincronizzare” l’opera, intendendo in questo modo adeguarla ai tempi che corrono sfrondando “ciò che ritenevo avvertibile come stucchevole”, rivela il traduttore nella prefazione. Il corvo così si presenta in traduzione meno ottocentesco, con l’eliminazione delle parole tronche a fine verso, e con allitterazioni e rime più gracchianti. Ciò che fa Cutri è una sorta di arrangiamento, come le band che decidono di omaggiare altre band con cover musicalmente differenti dalla cifra originale del compositore. L’intenzione di far propria una poesia così immensa come Il corvo è degno di nota, tuttavia, come dice lo stesso Edgar Allan Poe nella breve e interessante dissertazione Filosofia della composizione (1846) che chiude il volume, la stesura di Il corvo è partita dalla volontà di offrire ai lettori una immagine malinconica di bellezza e di morte, attraverso un effetto che il poeta ha studiato a lungo: il climax di tensione crescente. Un climax che nella traduzione pregna di significante adottata da Cutri traspare meno, perché le vocali aperte non mantengono l’atmosfera tetra e opprimente dei versi in lingua originale, e talvolta il significante non rende al meglio il forte significato dei versi, come per esempio la traduzione dei versi “Distintamente ricordo l’oscuro dicembre che avvenne/ nel mentre morente ogni tizzo luceva ma mai più ardente/ lo spettro sì poco evidente sul piano”, in cui la ridondanza di –ente offusca l’immagine mentale dell’ombra simile a un fantasma che imprime forza alla suggestione gotica dell’originale: “Ah, distinctly I remember it was in the bleak december/ and each separate dying ember wrought its ghost upon the floor”. Attualizzare con interventi troppo personali (“Non ho fatto il traduttore ma ho cercato di essere poeta”) ciò che è universalmente riconosciuto come ideale di poesia gotica è operazione più che ardua, e forse troppo autoreferenziale presentare al lettore solo una lirica di Poe e non invece una raccolta. La traduzione del Cutri riacquista in parte forza evocativa nell’interpretazione per voce dell’attore Roberto Herlitzka, segnalata a fine volume, che si trova agilmente su Youtube anche grazie a un codice QR che velocizza la ricerca.



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