Il prato bianco

Il prato bianco

Ecco il bianco della pagina su cui le parole sembrano cadere e addensarsi come teneri fiocchi in un’atmosfera di ovattato silenzio. Il bianco che il sospiro gelido del vento rabbrividisce e tramuta in spessa coltre. Il bianco di un prato che segna l’irrigidimento del paesaggio, delle immagini e forse delle persone nel loro stato originario. Il bianco che cova l’inizio e il termine, il desiderio e l’assenza, l’attesa e il ricordo, il sogno e la disillusione: “Il nome si allontana,/ impallidisce,/ povero niente bianco/ che ti guardo, / neve di nulla/ adesso.” Il bianco a dirci la tenerezza, la tersità, la segretezza misteriosa dei nostri viaggi interiori, di ciò che nell’implacabile fluire del tempo abbiamo amato e vissuto: “Porto in salvo dal freddo le parole, / curo l’ombra dell’erba, la coltivo/ alla luce notturna delle aiuole,/ custodisco la casa dove vivo, / dico piano il tuo nome, Lo conservo/ per l’inverno che viene, come un lume.” Se si dà alla poesia il valore di cosa del mondo, allora anche le altre cose del mondo s’illuminano di una luce diversa. E si è indotti a riflettere su cosa sia poi il mondo, in cui l’apparire accade, prima che si richiuda nell’essere apparso…

Il prato bianco, la terza raccolta poetica di Francesco Scarabicchi, uscita nel 1997 presso l’editore bresciano L’Obliquo, viene ora riproposta da Einaudi nella sua prestigiosa “collana bianca” a suggello del crescente rilievo ottenuto dal poeta anconitano nell’ambito della letteraria contemporanea. Nei testi presenti nel volume sono riscontrabili tutti i principali motivi tematici, le evocazioni dei luoghi e l’eco degli autori che hanno presieduto alla sua formazione poetica. A mano a mano che si procede nella lettura del libro, c’è da arrendersi alla grazia sicura, ancorché malinconica, e alla leggerezza perentoria che lo costituisce. All’attitudine delicata dell’autore a riprodurre sulla pagina luci e ombre dell’avventura umana senza asprezza e alla raffinata fluidità versificatoria di un dettato poetico di toccante liricità. C’è davvero da lasciarsi disarmare dai tentativi fuggevoli e lievi che il poeta compie per accostarsi agli oggetti che lo circondano cercando di stabilire una presa di contatto, da quel suo credere nella centralità della poesia e contemporaneamente nel mettere al riparo ritmo e suono dei versi dai rischi delle urgenze del fervore comunicativo.



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