L’infinito non finire

L’infinito non finire

Quando la materia perde la crosta alla prese con il divenire umano, il paesaggio si anima di villaggi dispersi tra le ubbie del passato, orizzonti marini sperduti, ambienti agresti, scenari floreali, luoghi che divengono polvere di ricordi. Terre di uno sradicamento doloroso che come pioggia il tempo ha lavato via per sempre: “Solo lo spazio resta, ma è strazio incosciente/ Tanto impossibile sembra l’essere estirpati,/ strappati come malapianta, / Portati in volo, leggerissimi, nell’incerto/ contro la pesantezza del certo…”. Non, dunque, mere descrizioni di sopralluoghi, ma l’attualità composta e passata, attraverso la lingua poetica dell’autore: “Primavere che noi non vedremo mai,/ ma che i primi di noi raccontarono ai secondi/ e i secondi ai terzi”. Lo sguardo del poeta porta le tracce della storia e la memoria evocata da eventi trascorsi: “fiori raccolti oltremare e seccati tra le pagine di un libro”, costruzioni di pietra squadrate, l’umore della terra e del “profumo di essenze macerate dall’aria salsa”, l’alterno avvicendarsi delle stagioni, degli umori e dei colori del cielo, delle avventure lungo le rotte dell’eterno peregrinare in un “infinito non finire”…

Marcello Fois in questa sua seconda raccolta poetica si rivela poeta duttile e sorprendente. Duttile in quanto, oltre a saper domare a dovere la parola nelle forme richieste dal verso, risulta altrettanto significativo quando la lascia scorrere in un andamento narrativo. Sorprendente, invece, perché, pur non esprimendo un’emozione astratta, i suoi componimenti ci conducono all’interno di una struttura che non ha nulla di preordinato. Il suo è un libro sul “sentimento del tempo”, quasi a farci leggere la silloge come la dolorosa rimembranza di un passato che si sfarina in un presente privo di futuro, che approda nel vuoto, che sembra l’unica consolazione al non essere mai più, ad una vita che è ormai una forma vuota e stanca. Tuttavia quella che ci viene consegnata non è una mera rimembranza ma la vita sospesa e lontana dai rigurgiti di una falsa civiltà, dove la civiltà aveva conosciuto giorni migliori. Ecco, la migliore poesia potrebbe essere proprio questa. E ogni poeta dovrebbe sbarazzarsi degli orpelli non necessari, avvicinandosi alla vita nei punti in cui essa brucia in maniera più intensa, dove la pelle raschia sul ruvido manto della memoria.



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