La bambina pugile

La bambina pugile

Parola (“Amo il bianco tra le parole/il loro margine ardente/ […] amo la parola che spunta/ solitaria/ sullo specchio buio del vocabolario”); silenzio (“C’è silenzio tra te e me/ c’è perla”); la poesia giunge (“Ripiega i pensieri/ fino a riceverle in pieno/ petto risonante/ le parole in boccio”); la poesia si legge così (“Dunque, abbraccia le parole/ come fanno le rondini del cielo/ tuffandosi, aperte all’infinito,/ abisso del senso”); il sacro (“Dio breve nell’erba/ ingarbugliato in goccia d’acqua/ e grandine furiosa/ dio coda di lucertola”); religiosità (“Quando vuoi pregare/ quando vuoi sapere/ quel che sa la poesia/ sporgiti”); panismo (“e tocco i muri con dita vegetali/ li conto/ come prove numeriche/ di essere al mondo/ lo stesso mondo”); infanzia (“sei un bambino/ che spegne la candela/ fffù, in un soffio/ solo”); lutto (“Non essere morte/ se vuol dire che mi trascuri/ che mi sveglio e si sveglia/ con me solo la spina acuminata/ dell’assenza”); amore (“Essere per svanire/ per andare in fumo/ intorno all’amore/ amore mio che dormi solo”). Parole, esplorazione: il viaggio del poeta entronauta, le ripercussioni delle scoperte proprie su un soggetto Altro, un Tu che non si riduce a semplice complemento o riferimento dialogico, ma che dona sostanza e veridicità al tutto…

“Questa parola che non fa apposta, questa parola ricevuta all’insaputa di me, ha curato il mio bisogno di sacro e di mistero, piccolo, non arrogante”. In questo brevissimo estratto da un’intervista, c’è gran parte del senso di Candiani per la poesia. Il nome indiano “Chandra” (il dio-luna), infatti, tradisce la sua passione per l’induismo (è anche traduttrice di testi in sanscrito). Religiosità e misticismo, quel tanto che basta per stare in equilibrio sul mondo, spesso circoscritti, l’una e l’altro, in anafore che sono quasi un mantra. Il mondo è un tutto: regno animale, vegetale, minerale, il regno dei morti. Il panismo che attraversa la sua poetica è forte, sicuramente, del sentiero induista scelto, dove divinità e animali, divinità e elementi naturali sono in continua convivenza. La morte si gioca sull’ ubiquità di presenza/assenza, in chiaroscuro. Dalla morte all’infanzia, le due lancette della vita. Il bambino, il piccolo, l’esiguo, tutti sinonimi che si rincorrono di verso in verso. Il titolo stesso ce ne dà conto. Livia bambina pugile, infante che forse non ha avuto vita facile, ma che nonostante tutto ci dice “Per me l’infanzia è una vocazione e non soltanto un’età o un tema. Tutta la mia poesia è quella di una bambina che è rimasta rivolta all’infanzia”. Della cifra stilistica sono perle le metafore evocative, cortocircuiti emozionali gli accostamenti lessicali, le “Mappe” (per ascoltare e per pregare) sono regali al lettore e non presunzione del sapiente.



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