La Buffa e altre poesie

La Buffa e altre poesie

Ritorniamo a Giulio Camber, poeta e ufficiale triestino classe 1892, repubblicano, disertore dell’esercito austriaco, volontario nell’esercito italiano col nome di battaglia “Barni”, artista padre di una sola raccolta di versi, definita buffa per via di una burla sulla fanteria [“Non sono bersagliere,/ non sono neppure alpin:/ io sono della Buffa,/ io sono fantaccin./ Bim, bum, bom/ al rombo del canon!”]: una raccolta di versi considerata dal vecchio Saba così ispirata e verace da fargli ammettere che “i poeti dell’altra guerra furono Ungaretti, e su un altro piano (popolare) Giulio Barni”. Questa della Libreria del Ponte Rosso è l’agognata edizione critica dell’oggi altrimenti introvabile La Buffa. Walter Chiereghin, nella prefazione, ricorda che Giulio Camber Barni è parte di quella generazione di triestini che, “ispirata da un comune sentire irrorato, in buona misura, dal pensiero di Mazzini, concepì l’impegno politico come imperativo etico”: fu tra quei ragazzi che, in coerenza con questa visione, preferirono evitare l’arruolamento nell’esercito imperiale austriaco, o addirittura furono così coraggiosi da disertare, e si presentarono, volontari, nell’esercito italiano – giovani intellettuali valorosi come Scipio Slataper, come i fratelli Carlo e Giani Stuparich, come il poeta gradese Biagio Marin. Concepivano la guerra come “azione romantica in difesa della patria”, con un senso dell’onore a dir poco cavalleresco, oggi purtroppo incomprensibile. Non andavano incontro alla morte con l’insensata gioia dei futuristi: andavano in battaglia perché era il loro dovere. Cosa significava “dovere” per l’ufficiale Giulio Camber Barni? “Seduto in mezzo alla pioggia,/ parlavo con i soldati:/ dicevamo della guerra/ se si doveva fare.../ che c’erano gli imboscati.../ e se si ritornava,/ allora appena, allora.../ Ogni tanto li interrompevo:/ dicevo del dovere/ che aveva ogni soldato,/ di obbedire silenzioso/ di servire il suo Paese”. Il poeta amava i suoi compagni, figli del popolo: “A voi soldati rudi/ della mia compagnia/ cresciuti dalla terra,/ soldati di fanteria,/ a voi miei fantaccini,/ operai e contadini,/ a voi soldati fieri,/ soldati mitraglieri!/ Ho venduto la pistola/ non ho che i miei pensieri,/ io ve li do con l’anima/ soldati mitraglieri”. “La fanteria l’è buffa” ‒ osservava, “l’è bassa di statura/ ma quando va all’assalto/ anche i honved gan’ paura”. Magari c’erano soldati come Simone, che “rideva del nemico,/ delle bombe e la mitraglia/ gli pareva d’uscire a passeggio,/ quando andava alla battaglia./ Temeva soltanto le grane/ le scartoffie e i lucertoloni/ e quanti da lontano/ rompevano i coglioni”. E andavano e facevano il loro, da coraggiosi fanti. E quando in trincea arrivavano i giornali “così detti di propaganda/ poiché non c’era carta/ i soldati li prendevano/ e si pulivano il culo”. E alè…

Lorenzo Tommasini, curatore di questa edizione, osserva che lo sguardo di Camber è sempre empatico, estraneo a giudizi morali: aiuta il lettore a stabilire “un clima di intimità con le speranze, le preoccupazioni, i moti dell’anima che costellavano la vita in trincea”. Questo suo libro lascia la scena a una moltitudine di coprotagonisti, evitando qualunque presa di posizione ideologica, esasperando l’umanità: “Il destino, ne La Buffa, appare senza senso e senza scopo e si sottrae a priori ad ogni possibile comprensione da parte dell’uomo”. Per Tommasini, stilisticamente, Camber Barni è “asciutto, disadorno, a volte volutamente semplice fino quasi alla brutalità e informato da una sorta di sentimento antiretorico, lontano dalla tradizione”. È capace di slanci di pietà e di solidarietà con il nemico: a un tratto Camber va a confortare un soldato austriaco ferito, quello rimane lucido e lo chiama “brate”, “fratello”, e finisce là. A quel punto, Camber gli restituisce anima, e dignità, con sensibilità e cuore tutto triestino: “Io lessi il suo piastrino:/ si chiamava di nome Marko,/ il casato era sbiadito/ pastore di Banjaluka./ Aveva nella tasca/ un ritratto con la moglie,/ tre figliole e quattro figli/ altri, forti e ben piantati./ Chissà quanto l’avranno atteso/ nel lontano suo paese,/ la sua moglie, i suoi figlioli/ le sue capre, le bestie bianche”. Una prima edizione de La Buffa apparve in dodici puntate sul periodico repubblicano “L’Emancipazione”, tra 1920 e 1921; a ruota, in volume, a cura del poeta triestino Virgilio Giotti, nel 1935 [edizione sequestrata dal prefetto]. L’artista morì al fronte, in Albania, nel 1941. Soltanto nel 1950 La Buffa vide la luce per Mondadori, corredata da una robusta introduzione di Saba. Nel 1966, alcune poesie dell’artista triestino vennero pubblicate in Anima di frontiera, a cura di Vanni Scheiwiller. Ulteriore edizione fu quella che vide la luce a cura di Anita Pittoni per lo Zibaldone, nel 1969: da allora sino a oggi, tolta una trascurabile riedizione locale, il silenzio. Questa nuova edizione critica, curata da Lorenzo Tommasini, come si diceva, si fonda sulla lezione del 1935, considerata “la più compiuta a livello stilistico, espressivo e di riflessione sui contenuti”; la “nota al testo” è completa di tutti gli accorgimenti e delle strategie filologiche adottate. Completano il volume una piccola appendice con le poco memorabili “altre poesie” apparse nell’edizione Scheiwiller postuma, un’altra con le note editoriali sempre della fu Scheiwiller, infine un’esemplare postfazione del professor Senardi e una bibliografia essenziale delle opere e della critica.



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