La caduta dell’America

La caduta dell’America

È un uomo ormai maturo e un intellettuale di riferimento della controcultura americana, ma non ha ancora rinunciato all’abitudine di percorrere in lungo e in largo il suo paese. Con il ricavato del Guggenheim Award acquista un Transporter T2, pulmino assai caro agli hippie, e nel settembre del 1965 intraprende un viaggio che lo porterà dalla frontiera canadese alla soleggiata California, dal selvaggio West al vasto Midwest. Alla guida del mezzo si alternano i poeti Gary Snyder e Peter Orlovsky, mentre egli registra su un registratore a nastro portatile regalatogli da Bob Dylan impressioni, resoconti e commenti su notizie apprese dai notiziari radiofonici quali la guerra in Vietnam, che in seguito trasporrà nei versi qui raccolti. Come un torrente in piena che lungo il suo tragitto tutto raccoglie e trascina fino sula pagina scritta, Allen Ginsberg racconta di città e ciminiere, praterie e montagne, autostrade e camion, treni e aerei, hotel e insegne luminose, follie e musica, “Fumo e vapore, vetri infranti e lattine di birra, / Gas di scarico-/ La merda della Civiltà buttata per strada, / Sottile nebbia scura sui caseggiati/ fiumi in cui scorre petrolio/ compagni pesci morti”…      

È tornata in libreria, in una nuova traduzione e in un’edizione accresciuta che raccoglie tutti i componimenti poetici scritti tra il 1965 e il 1971 La caduta dell’America, raccolta antologica del 1974 che valse ad Allen Ginsberg il National Book Award for Poetry. La rilettura del volume, che consigliamo vivamente, ci conduce necessariamente a riconsiderare una stagione artistica la cui popolarità, a tutt’oggi, non si è mai spenta. A constatare che la voce poetica di Ginsberg, tra tutte quelle degli esponenti della Beat generation, più di ogni altra ha continuato a crescere anche dopo i successi di Urlo e di Kaddish. Lo testimonia del resto questa raccolta poetica in cui, tra le partiture sincopate e aritmiche che prolungano fino all’estremo lo sperimentalismo formale di Walt Whitman e gli assolo di Charlie Parker, tra le architetture destrutturate che ricordano la complessità della linee di Picasso, tra i lamenti dell’anima risucchiata nel vortice di un irrisolto conflitto con se stessa e col mondo esterno, batte il cuore logorato e febbrile della grande epica americana. Imprimendo alla scrittura un’originalità creativa che sulle prime può apparire spaesante, l’incessante moto poetico di Ginsberg mantiene viva la curiosità e l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima riga.



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