La luce di taglio

La luce di taglio

Ecco una raccolta poetica di brevi ma intensi componimenti che merita davvero di essere posta all’attenzione del lettore. E non solo a quello di genere. Qui ognuno, infatti, sente di consentire ai propri sensi di immergersi nell’ebbrezza di una nuova dimensione comunicativa costituita da impressioni istantanee che si realizzano in sé come faville di liricità, evocando immagini: “Anemone contesa dai venti/ al soffio tiepido del sole/ spalanca gli occhi:/ tremenda la fitta, la tortura/ di una primavera che è sempre/ due passi più in là.”; narrando sensazioni: “leggera euforia/ per la luce ammansita/ che rapida conduce la notte/ distende i pensieri,/ li ripiega poi con cura/ li guardo nella loro esattezza/ scintillano pieni e perfetti/ pulsano lenti, inesorabili/ compagni della veglia/ che ha spento ogni rancore// c’è foschia stamattina”. Da delicate ma acute accensioni emotive, prodotte da un animo che intende volare oltre la soglia delle immagini: “L’amore inventa spazi/ si espande e sommuove/ un vivere quieto, senza scosse/ corre veloce sopra terre/ levigate da vento costante. // È l’acqua/ che si raccoglie mobile/ in specchi di luce/ durante il disgelo.” Fino a concedersi trepidi abbandoni nei ripiegamenti subdolo di una dolente malinconia: “La foglia si spicca/ si posa a coperchio/ d’un dolore che s’arrende/ a note leggere”…

Elisabetta Pigliapoco, profonda cultrice della materia, approda per la prima volta alla composizione poetica. Sia detto subito che questa sua raccolta d’esordio è felicemente estraneo a una koiné poetica, ma piuttosto frutto di uno stile proprio che nasce da un misurato equilibrio tra meditazione e riflessione, dalla necessità di sanare l’inquietudine che sgorga dall’incommensurabilità del reale. L’autrice si confronta con le vie del linguaggio più impervie e meno frequentate, entrando in punta di penna in una dimensione comunicativa che è nondimeno per lei apertura degli abissi dell’osservazione, varco che ci riporta alla domanda, la sola interrogazione possibile sul significato autentico del mondo. Dunque immersione profonda da cui trapelano ricerche di senso in versi. La Pigliapoco utilizza qui al meglio la sua arguzia gentile, la disponibilità a trasporre con stupore, introducendoci ancora una volta in un mondo dove una sobria vena lirica la porta a riconoscere nelle manifestazioni di alcuni fenomeni natura elementi primordiale, capaci di rinnovare in lei l’antico stupore, l’emozione di poter ancora guardare al cuore delle cose senza artifici. In questa silloge, che esce prefata dalla prestigiosa firma di Giancarlo Pontiggia, Il talento dell’artista prova a liberarsi della zavorra delle certezze e dell’esperienza senza virtuosismi, con l’onesta consapevolezza che i suoi sono versi in libera uscita che non incideranno sulla realtà, pur lasciando intravvedere un processo di maturazione in corso, una ricerca poetica seria e suscettibile d’interessanti sviluppi futuri.



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