La maschera di scimmia

Jill Fitzpatrick è una investigatrice privata australiana. È lesbica, una ex poliziotta muscolosa e non molto colta. Ma non è poi così tosta come potrebbe sembrare: “Le strade mi deprimono/ quando si svuotano/ sono donna/ mi spavento”. Riceve la telefonata di una coppia di mezza età di North Shore, nei dintorni di Sydney, i Norris, disperati per la scomparsa della giovane figlia Mickey. “Mia madre/ sarebbe fiera di me/ sorseggio Earl Grey con calma/ e li lascio parlare/ di Mickey/ non è da lei/ lei non prende droghe/ lei nemmeno fuma/ lei vuole fare la giornalista/ foto/ lei è carina/ lei è dolce/ lei è troppo tutto per esser vera”. Jill comincia ad indagare nell’ambiente studentesco, tra le amiche di Mickey, spacciandosi per una sua ex insegnante e scopre che la ragazza aveva una relazione con un uomo. Un uomo sposato…

Dorothy Porter, morta nel 2008 a soli 54 anni per un cancro al seno, disse una volta che la Poesia australiana contemporanea era “una cura da cavallo per l’insonnia”. Non è certo il caso del suo La maschera di scimmia, presumibilmente l’unico poema hard-boiled lesbico di quasi 300 pagine della storia della Letteratura, un componimento in versi che si legge come un romanzo (e non è una frase fatta). Un grande e inatteso successo che nel 1994 risollevò la Porter da anni di anonimato e povertà: il libro è diventato poi un film e una pièce teatrale, ha vinto l’Age poetry book of the year, il prestigioso National Book Council’s Turnbull Fox Phillips poetry prize ed è entrato nella classifica dei migliori libri dell’anno della rivista “Times”. Il titolo deriva da un haiku del grande poeta giapponese Basho, lo stile è secco eppure malinconico anche nelle non infrequenti scene di sesso: un libro da avere, e non solo perché originalissimo.



 

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