La patria è un’arancia

La patria è un’arancia
Il rovello nostalgico per la patria, maturato e rafforzato dall’esilio: “Ma non dovremmo mai stare lontani dalla patria:/ lei è il succo nel quale ci trasformiamo dopo morti”. Lontano da quell’isola dei Caraibi che l’autore rievoca in uno spazio compreso tra la fragranza avvolgente dei ricordi: “La patria è l’ombra sotto una ceiba,/ la bella donna che passa,/ la nonna che ti offre il caffè alle tre del pomeriggio” e l’umore angosciato dal rimorso: “Abbiamo fatto della patria un sudario di discorsi/ una Pena di Morte eterna/ un giardino zoologico dove ci sono strani animali./ Perdonami patria,/ perdonami splendente arancia della patria/ perdonami perché anch’io ho assassinato la patria in nome della patria/ anch’io ho firmato il decreto che rendeva tutti gli uomini uguali”. Privato degli affetti famigliari e truffato delle proprie speranze, lo sguardo si posa spaesato sulla  terra che lo ha ospitato: “L’enorme Città del Messico affoga tra i vapori./ Compatta, dispersa/ traboccante vette e abissi/ lo smog inchioda il suo acido freddo nei polmoni dell’anima”. Ed è probabile che tale condizione lo renda più insofferente rispetto ai referti oggettivi di una società, in cui si aggirano legioni di mendicanti e invalidi senza assistenza, mendicanti e cani randagi, bambini di strada e giovani prostitute…   
Dobbiamo all’ampia attività di traduzione di Gordiano Lupi l’aggiornato e prezioso confronto con la letteratura contemporanea cubana, attraverso numerosi testi in prosa e versi pubblicati presso diverse case editrici. Con Felix Luis Viera ci propone ora una delle voci più rappresentative della Cuba dissidente, autore del romanzo verità Il lavoro vi farà uomini sui centri di rieducazione e lavoro per soggetti antisociali. Il tratto nostalgico di questo sessantasettenne, originario di Santa Clara, risulta evidente fin dalla vena malinconica del titolo di questa raccolta di poesie, che esce con l’illuminante nota critica di Patrizia Garofalo. Come il suo amore per quella terra nativa dove ormai “restano solo le promesse, gli inni di guerra,/ le diatribe del Tiranno nelle sue tribune,/ la scarsità del pane e della parola libera, l’abbondanza/ del pianto”. E che Felix Luis Viera restituisce con quel senso d’implosione che ha segnato il fallimento e il tradimento degli ideali della rivoluzione castrista. Il canto si muove accordato alle inquietudini del cuore, come una barca oscillante tra la sofferenza del proprio sradicamento e il richiamo, pur doloroso, per una terra ormai spoglia d’incanti e di primavere credibili. Ma che non ha mai smesso di stimolare l’eloquenza straripante di un poeta che guarda al passato, interroga il futuro e ne denuncia il presente. 

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