La solitudine di un corpo abituato alla ferita

La solitudine di un corpo abituato alla ferita
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Una storia d’amore che finisce lascia macerie, vuoti e silenzi che solo le parole possono colmare. Una solitudine che diventa la principale costante dell’esistenza che viene dopo, quando gli amanti non condividono più una vita comune e il futuro appare solo una condanna a un’eterna infelicità fatta di mancanze, di dubbi, di fitte laceranti al cuore. “Qual è la differenza tra/ solitudine e destino/ Mi hai chiamato isola:/ hai voluto abitarmi, far crescere la tua pelle/ sulla mia terra, dissolvere/ il mio inverno protetto e illuminare/ l'abbandono meditato della sabbia”: è un canto d'amore straziante quello che la poetessa scolpisce sulla carta per raccontare la fine della sua storia. Le parole diventano uno scudo contro la sofferenza, un tentativo di capire come tornare a vivere un’esistenza da soli, come dimenticare gli occhi, la bocca, il sorriso, l’odore e la voce della persona che a lungo ha rappresentato un punto di riferimento. Le parole diventano un insieme di colori con i quali tornare a colorare un mondo grigio piombato nel buio. Amore e solitudine sono dunque i due pilastri attorno ai quali ruota in perfetta armonia la poetica della giovanissima poetessa spagnola Elvira Sastre, solo venticinque anni e con già all’attivo sei libri di poesie pubblicati che hanno scalato le classifiche spagnole. È una poesia dell’abbandono, del ricordo amoroso, della scrittura che diventa ode della bellezza vissuta e dell’incertezza che si staglia davanti al cammino di ogni persona. Una poesia fatta per essere non solo letta, ma anche e soprattutto ascoltata. Non a caso la giovanissima poetessa è solita recitare le proprie composizioni in giro per la Spagna riempiendo strade, circoli e teatri e portare la lirica nella vita delle persone comuni, anche non amanti abituali di poesia. Attraverso le sue parole Elvira Sastre dà voce a un’intera generazione di giovani donne che rifuggono ogni banalizzazione del sentimento, ogni spettacolarizzazione e sanno abbracciare la profondità di una relazione umana ergendola a materia di narrazione. “Che differenza c’è tra/ il vento e un sospiro della tua bocca?/ Che cosa può darmi la terra che/ non abbia già visto sulle tue mani?/ Se non ci fosse un cielo da osservare, sarei capace di innamorarmi?”. Sono parole immediate, sincere, spietate e allo stesso tempo colme di delicatezza e significato che hanno la capacità di parlare a chiunque perché forgiate nell’universalità di un vissuto comune a tutti: l’amore…

Elvira Sastre nella sua opera La solitudine di un corpo abituato alla ferita mette in scena un coacervo palpitante di emozioni, riflessioni, dolori, speranze, aspettative, ricordi e lo fa con una scrittura ribelle, contemporanea e affascinante che seduce e conquista perché narra descrivendo e descrive narrando. La capacità dimostrata dalla poetessa è sorprendente. Un attimo prima si è vinti da una tenerezza infinita e un attimo dopo si viene trascinati nel dolore più profondo, quello dell’abbandono, della fine e della solitudine. Solitudine che è la vera costante delle liriche di questa opera e che porta l’autrice a cercare disperatamente rifugio nel clamore del mondo. “Se te ne vai/ fallo con rumore:/rompi le finestre, insulta i miei ricordi, getta a terra tutti quanti i miei tentativi/ di raggiungerti,/ muta in grido gli orgasmi, / colpisci con rabbia il calore/ abbandonato...”. Una poesia mondo. Una poesia del dolore e della rinascita. In definitiva, della fragilità degli esseri umani che si aggrappano a tutto pur di non cadere nel terrore della solitudine.



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