L'albero delle nebbie

L'albero delle nebbie
Terza parte della trilogia einaudiana dopo I luoghi persi (1994) e Nel tempo che precede (2002). Una raccolta di poesie per certi versi risolutiva, nella quale l’autore pur non perdendo il punto di contatto con la prepotente intuizione del primato della bellezza e della sacralità della memoria, del culto della naturalezza, della fedeltà al territorio che ha generato la sua poetica, ne ha potenziato l’opzione originaria, lasciandola confluire nel convivio umano della contemporaneità. Nella nutrita costellazione delle sue opere è facile intravedere la continua ricerca evolutiva della forma espressiva di chi è consapevole che il respiro della scrittura non sempre è sufficiente ad esprimere compiutamente la percezione profonda di un’identità che vuole sopravvivere a dispetto di un mondo alienato. La rivendicazione della percezione del microcosmo naturale come dato ineliminabile dell’evento poetico, non è affatto sorda alle voci congeniali dei grandi poeti della sua tradizione, in cui egli risulta profondamente radicato. Dentro ho ancora il fiato/ delle sorbe.. (Tra secoli e istanti pag. 114) Il richiamo alla civiltà e alla cultura di un territorio rappresenta una caratteristica determinante di una buona parte della poesia del secondo Novecento. In essa Piersanti ha saputo trovare una propria personale collocazione, conferendovi un felice sovrappiù di inventiva e creatività, che non riposa sui richiami cullanti di un’estraniata espressività, ma piuttosto su di un trepidante bisogno di riconciliazione. La necessità di restituire voce alla fatale esclusione del poeta, dilatando la sacralità del verso nel ventre profano della prosa quotidiana. Una maniera insieme distaccata e partecipe di osservare il mondo, partendo da un barlume di affetti e di ricordi che sembrano scolpiti nella sua memoria come un’impronta che non teme l’erosione del tempo. Il tempo ha cancellato/ quella valle,/ remota/ balugina ai miei occhi,/ tra la neve. (Acqua d’inverno pag. 34). Anche in questo testo il respiro della sua poesia non deroga dal ricorrente scenario di folta e brulicante vegetazione che ha segnato in maniera primordiale la sua scrittura, anche se per la prima volta nei suoi versi aleggia l’incanto sinistro e sospeso di una calma dolente a stento trattenuta in un elevato tasso di rifinitura classica. Dopo, cessano le figure,/ quello è il passato, / ora/ resta solo il pastore,/ incerto sulla strada/ da seguire..(Dentro l’orto sospeso pag. 37). Si leva un pianto,/ ma sembra un grido,/ e t’entra dentro il sangue/ quasi l’arresta… (Notte di spavento e di quiete pag. 50). La sua cifra stilistica ancora una volta è una rara specie di intensità colma di profondità e di luce, una pietas di colori e profumi, una minuziosa fenomenica di piante e di fiori, appartenenti ad un paesaggio analiticamente repertato nella sua dimensione morfologica ed antropologica, una vibrazione di timbro leopardiano che discende fino a Pavese, Scataglini e Luzi, passando per Carducci, Pascoli e il D’Annunzio di Alcyone. Quantunque non sordo alle voci congeniali della sua tradizione, la rara particolarità con cui Umberto Piersanti riesce a far transitare concetti, impressioni, coloriture da un universo naturalistico ad uno linguistico senza perderne l’equivalenza, nonché l’innata capacità di trasfigurare in forma poetica la policromia delle sensazioni fanno di lui un geniale evocatore che non teme confronti. In questo brano di terra/ che sta sopra l’antico,/ scuro fosso ventoso/ dei giorni miei,/ remoti,/ tornano i fiordalisi,/ l’azzurro stelo mischiato/ al rosso del papavero,/ tra il grano(…) nel trifoglio,/ e tra il lupino/ acceso nei due colori,/ succhiavo il gambo/ dolce e zuccherato/ s’era perso da tempo,/ dagli anni più remoti/ il fiordaliso,/ e mi trasale il sangue/ a quell’azzurro,/ nessun fiore l’uguaglia/ per la luce,… (I fiordalisi pag. 54). La sua è poesia dell’espressione più alta e matura, in bilico tra il narrato e il cantato, che conservano talvolta l’espressione vocale dei suoi luoghi lubàchi, sprovinglo, formentone, gallinaccio, burdelli, grugni, melauro, squilla. Versi lunghi e distesi che recano l’incanto remoto di una delicata melodia della terra, la coinvolgente armonia del ricordo, restituendoci un ultimo raro brandello di quella civiltà agreste che avevamo dimenticato. La silloge è articolata in tre sezioni di cui quella centrale è dedicata al figlio Jacopo, dai ricordi di un’infanzia funestata da un grave disturbo, alle sensazioni ricavate da incontri scanditi da un rapporto regolato da un divorzio. Ma non sei come loro,/ non gli somigli,/ quel cieco borbottio/ ti sprofonda/ in un altrove/ sordo e smisurato,/ e poi sei grande/ paghi il biglietto intero,/ lo sconto è mio (Al cinema con Jacopo pag. 85). Un innesto di componimenti che completano un quadro evocativo ed emozionale capace di esercitare una forte suggestione sul lettore. Un bel volume, un poeta vero, una stupenda occasione di poesia.

Leggi l'intervista a Umberto Piersanti

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER