Nei profondi abissi dell’anima

Nei profondi abissi dell’anima
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Poesie che portano il peso di un pessimismo assoluto: personale, storico, cosmico. “In quante occasioni/ noi, ingenui e sventati uomini/ ci illudiamo di conoscere/ coloro che ci circondano/ solo guardando le pure sembianze/ di questa squallida società!”, incipit della poesia di apertura, introduce già la trenodia che costituirà il basso continuo della raccolta. Non c’è pace per l’animo della poetessa: “Un triste meriggio d’autunno/ specchiandomi ho visto/ il mio sofferente viso/ solcato dai dolori della vita”, e non vengono risparmiate nemmeno le creature più indifese, i bambini, dalla brutalità della vita, “innocenti creature” che “patiscono tremende sofferenze…desiderosi soltanto/ di spiccare l’ultimo volo/ abbandonando un’estenuante vita/ di dolore e atrocità”. La stragrande maggioranza dei testi contiene una similitudine tra eventi naturali o situazioni che vengono poi analogizzate nei versi finali avendo come termine di paragone le più varie situazioni umane, sempre atroci. L’esistenza umana è effimera, fugace, non c’è via di scampo se non la morte. Solo la fanciullezza è stata, per l’autrice, fonte di gioia e di spensieratezza. Non si tratta di puro autobiografismo però, poiché l’attenzione si sposta su tematiche più “pubbliche”: i piromani, i migranti, i degustatori di vino, i carcerati, le vittime del Titanic…

Sara Ciampi, che viene definita scrittrice tradizionalista e poetessa neoromantica, è nata a Genova nel 1976 e, nonostante l’ancor giovane età, sembra già tirare i remi in barca, sembra essere già pronta per l’addio. Le sue tematiche, in realtà l’unica tematica, e cioè il pessimismo opprimente, viene messo in relazione, dal generoso prefatore, al pessimismo leopardiano. Pare che la nostra sia addirittura andata oltre, inserendo anche problematiche civili, come se Leopardi, nelle sue Canzoni, se ne fosse beatamente tenuto alla larga. Ci sta il paragone? Sì, se vogliamo scherzare. Ovviamente no, parlando seriamente. È ben vero che le poesie sono agoniche, angoscianti nella loro profonda tristezza e continua pessimistica disillusione, ma evitiamo, per cortesia verso la Poesia stessa, di enfatizzare una somiglianza di tematiche e una ripetizione scolastica di termini cari al Leopardi, perché più di questo non v’è. Non solo il lessico, ma anche la sintassi esula dalla modernità (ma è per questo che la si inserisce nella corrente neoromantica). Ora, se la cifra poetica di Ciampi è questa, e non è artificiosa, ma semplicemente il suo stile diremo “genetico”, non gliene si può fare una colpa, anzi, credo che i lettori più tradizionalisti e amanti di questo stile “vintage” saranno ben lieti. Al di là dello stile arcaico e dell’oggettiva e ripetitiva pesantezza dell’onnipresente disillusione verso la vita che è solo disperazione e patimento, le continue e inesauste similitudini rendono lentissimo l’incedere della lettura. Maria Grazia Calandrone in una recentissima intervista afferma fortemente il significato dell’impegno della poesia, “non ideologico”, ma da intendersi come apertura al mondo: prendendo spunto da questa condivisibile opinione e leggendo la poesia che Ciampi dedica ai migranti, si percepisce chiaramente una banalità stucchevole, laddove, anche se non ci si vuole esporre ideologicamente e in maniera esplicita, il poeta può trovare, sempre che ne sia in grado, una forma e un uso sapiente della parole per esprimere più vicinanza, più coinvolgimento, in fondo più apertura anche sentimentale. La banalità è il male che affligge anche le metafore in tutti questi testi dove non c’è sforzo creativo (e meno male che l’immaginazione, almeno nel primo Leopardi, è la soluzione che la Natura madre benigna porta in dono all’uomo), dove alcuni incipit possono essere considerati versi poetici solo per la presenza degli a capo: “Era una fredda giornata invernale/ quando in città giunsero/ i carrozzoni d’un celebre circo/ acclamato in tutta Italia”.



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