Parleranno le tempeste

Parleranno le tempeste

Poesia come autobiografia, poesia come coadiuvante scelto da sé, per sopravvivere. Sentieri, meandri che la persona/poeta ha percorso, in otto lunghi anni di manicomio e, precedentemente, in una vita fatta di estraniazione (scelta) dall’ambiente. “Le persone scaldate fino alla fragilità/e immerse in acqua fredda, si spaccano” è il modus poetandi per l’elettroshock, per i muscoli e le ossa che vibrano (e a volte si spaccano), per il bagno di immersione freddo. Due ripetizioni ossessive (“Latte, panni, spazzatura”; “non sorriderò più”), nella stessa poesia, sono il mantra di giornate da rinchiusa, con un’incerta diagnosi di schizofrenia. Quale posto orribile può suggerire versi come questi: “Qualcuno è stato troppo nella vasca/qualcuno dovrà levare presto il tappo/scolar via i mari sudici/pulire i segni della schiuma dalla costa”. Una vita fatta e scandita dal buio e dalla luce, grandi e potenti metafore (“Tutto ciò che chiedo è che tu sia cieco…in bulbo di buio per affrontare prima il buio…con la mano/inzuppata nella luce d’una sostenuta aurora del/cuore da cui nessun periodo nero del sé può prendere/il sole serbato...”), una poesia gioco di parole (“pioggia che piove/mitragliere che mitraglia/dolore che duole…/mitragliere che duole…/pioggia che mitraglia”)…

Janet Frame, scrittrice neozelandese nata nel 1924 (scomparsa nel 2004) è molto più conosciuta come autrice di narrativa: basti ricordare la trilogia Un angelo alla mia tavola, da cui la regista Jane Campion ha tratto un film molto apprezzato. Le poesie inserite in questa antologia sono state estratte dalle uniche due raccolte pubblicate (di cui una postuma) e mai tradotte in italiano. Dico subito che la scelta di non pubblicare il testo a fronte non mi trova concorde perché, in un tipo di poetica come questa, in cui il linguaggio è estremamente metaforico, denso di giochi di parole, avere un riferimento originale sarebbe stato utile per affrontare meglio i testi. Inoltre, le due traduttrici (molto giovani, e di questo mi rallegro) non sono poetesse; avere una perfetta padronanza della lingua non è sufficiente, perché la poesia non ha bisogno solo di tecnica, ma anche di sensibilità poetica, quel vedere oltre, vedere sotto, che chi non è poeta non possiede. Frame è stata una creatura incompresa, troppo frettolosamente internata con una diagnosi di schizofrenia. Per la sua tendenza all’autoesclusione, per la sua “eccessiva” immaginazione, forse una buona terapia psicoanalitica sarebbe stata sufficiente. Invece fu sottoposta a quasi 200 sedute di elettroshock. La sua biografia è intrinseca al suo scrivere. Già il suo cognome, che in italiano si traduce anche come “fotogramma”, ci riporta ad uno dei temi centrali della poetica: il frammento. Ogni sua poesia nasce da un ricordo, cioè un frammento di memoria, attraverso il quale ricostruisce il suo passato, facendo suo il principio del “colligite fragmenta”. Attraverso le dicotomie luce-buio e cecità-vista, il tema della morte, della separazione, della solitudine, Frame si ricostruisce un passato e un presente che ci consegna.



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