Poesie

Poesie

L’affastellarsi dei giorni, privi del tocco consolatorio di una carezza e del calore intenso e rassicurante di un sentimento, alimentano ulteriormente il flusso dilagante di un angoscioso disincanto, che si gioca tutto tra lo slancio generoso della passione e il ripiegamento doloroso della disillusione. Lo smarrimento e lo scetticismo che ne conseguono predispongono il giovane all’ineluttabilità della resa agli agguati del destino, lo conducono ad approdare là dove gli oscuri presagi che gli infestavano l’animo sembravano doverlo portare: “Nel futuro con l’orrenda gola / guatami là una canna di pistola”. Dunque a quel fatale colpo di rivoltella con il quale egli stabilisce di recidere, con il filo della vita e il nodo dell’arte, le ultime radici che ancora lo tenevano aggrappato a un’esistenza la cui trama era già stata a poco a poco sfilacciata da arcani presentimenti: “Pur te permani, o morte, e tu m’attendi/ o sano o triste, ferma ed immutata, / morte benevolo porto sicuro.” e dall’eco costante di un malessere: “M’è straniero/ l’aspetto di ogni cosa, m’è nemica/ questa natura! / basta! Voglio uscire / da questa trama d’incubi! / la vita! / la mia vita! Il mio sole!”…

La raccolta dei testi poetici composti tra 1905 e il 1910 da Carlo Michelstaedter – letterato e filosofo goriziano morto suicida nel 1910 alla giovane età di ventitré anni ‒ costituisce di fatto la testimonianza di un breve cursus ovunque disseminato dall’ossessione premonitrice di un suo imminente allontanamento dal mondo. Scorrendo i versi raccolti e curati da Sergio Campailla, il lettore avrà modo di penetrare a fondo le caratteristiche rivelatrici della personalità di un letterato capace di accogliere la ferita per cui combatte e di coniugare il suo sentimento poetico tra rovello filosofico e ancoramento fenomenologico agli ostili scenari del paesaggio esistenziale. Senza tralasciare il vasto mare privo di sponde nel quale cui ogni creatura terrestre è costretta a tuffarsi, confidando solo nella speranza del canto confortante di una Sirena. La sua scrittura, pur rivelando influssi ora carducciani e ora dannunziani, viene lasciata fluire in una scansione variegata drammatica, nell’amara consapevolezza che l’indissolubile dicotomia tra desiderio e delusione non possa risolversi nemmeno nel respiro consolatorio della poesia.



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