Porta Libeccio

Porta Libeccio

“Passammo un autunno a cercare. Tutto era vivo così com’era/ Il mare/ la spiaggia, le pietre, il promontorio vicino a Dio ricoperto di/girandole/ gli alberi con bastoncini di vetro rosa per foglie”. Inizia così, con una poesia/prologo, la vita di queste poesie. Sono termini che ricorreranno spesso, nel raccontare una o più scomparse, sparizioni che però sono solo materiali. Il ricordo lucido e senza tempo, o meglio con tutti i tempi, poiché il tempo qui non ha confine e si manifesta in compresenza (“sto vivendo adesso e nel futuro/ e abbiamo qui ogni tempo passato”) fa rimanere ciò che si può chiamare anima, nel senso cattolico di essenza immortale, di presenza di quel soffio di vita che non muore se vive nella memoria. Il nome e il concetto di Dio (creatore) si leggono spesso (“in questa cattedrale nuda che riempio/ ed è bellissimo/ sapere che mi guardi/ come guardi ogni umano”), (“Ma a volte eccoti/ origine di ogni bene e ogni male”). In questo tempo fluido, causa e effetto come anche gli opposti hanno una valenza precisa: “Vedo qui l’inizio e la fine di tutto/…mi baci, ti guardo vivo e morto/…E in me è lo stesso, sono figlia e madre”, conseguenza proprio di quella clessidra che si gira e si rigira in continuazione, per cui non ci può essere fine senza inizio ma nemmeno inizio senza fine e entrambi sono presenti nello stesso momento, così come lo scomparso è sia vivo sia morto e non c’è figlia che non abbia avuto una madre e madre che, non abbia procreato. Poesia circolare, quindi poesia di ripetizioni, si potrebbe dire, dove “i bastoncini di vetro rosa tintinnavano”, “Le radici delle girandole svenano la terra”, “sono sempre stata qui, sulla spiaggia”. Dal prologo al dipanarsi delle poesie e viceversa…

Emanuela Rizzuto, ventiduenne di Palermo, è al suo esordio. In un momento storico/culturale in cui parlare di sé in poesia sembra contro la legge, lei pubblica una raccolta “personale”, una raccolta di ricordi dove scrive anzi dichiara, se non fosse già evidente la sua intenzione autobiografica, “Mi chiamo Emanuela e sono cambiata” e ancora “Emanuela Emanuela/ Giurerei di chiamarmi così?/…Bisogna dirle le cose o non esistono”. Ci vuole coraggio, a sfidare gli haters? Credo sia sufficiente avere la consapevolezza della propria libertà di espressione; la poesia, in fondo, è quanto di più istintivo, immediato, sregolato (non parlo di metrica ma di concepimento) io riesca ad immaginare. E anche una possibilità importante di testimoniare la propria dignità di persona. Rizzuto mostra un legame profondo con la sua terra d’origine: il mare, il promontorio, la spiaggia, il vento, il Libeccio, che ci si para subito davanti, nel titolo. Oltre al rapporto dialettico tra gli opposti, come detto prima, si aggiunge anche la contraddizione: come fa l’inizio ad essere anche fine e viceversa, (aporia irrisolta), come fa il nonno ad essere morto e anche vivo? La vita è questo (“La corrente non aspetta le persone/ma le trasporta ugualmente”), è una costante altalena, dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, così come il Libeccio è un vento caldo ma può essere anche un vento freddo. Questa giovane poeta, ci consegna la sua esperienza, ci affida anche qualche piccola lezione (dicendoci che la realtà va affrontata), ci dice che la pietra può anche fiorire (come già ci aveva detto Antonio Prete, dall’alto della sua età matura, nella raccolta Se la pietra fiorisce) e che ogni pietra costruisce la nostra cattedrale.



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